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Rimettere in ordine l’orologio biologico potrebbe aiutare il cervello a riprendersi meglio dopo un ictus. A suggerirlo è uno studio condotto dagli scienziati della University of Rochester Medicine e pubblicato sul Journal of Clinical Investigation, secondo il quale rafforzare i ritmi circadiani nei topi colpiti da ictus migliora il recupero, potenzia il sistema che ripulisce il cervello dalle scorie e abbassa i livelli di infiammazione che tendono a trascinarsi dopo il danno. Il trattamento ha funzionato anche quando è stato avviato tre giorni dopo l’evento, ben oltre la finestra delle terapie d’urgenza.
Il sistema glinfatico e il ritmo delle 24 ore
La ricerca si inserisce in un filone portato avanti da oltre dieci anni dalla neuroscienziata Maiken Nedergaard, il cui laboratorio ha scoperto nel 2012 il sistema glinfatico. Si tratta di una rete che fa scorrere il liquido cerebrospinale attraverso il cervello e lo aiuta a liberarsi di rifiuti e detriti. Studi successivi hanno mostrato che questa attività è particolarmente intensa durante il sonno e che ha un peso importante per la salute cerebrale.
In seguito la neuroscienziata Lauren Hablitz ha contribuito a dimostrare che il funzionamento glinfatico non dipende soltanto dal sonno ma anche dall’orologio interno di 24 ore che regola l’organismo. In uno studio del 2020 firmato insieme a Nedergaard e ad altri colleghi, il gruppo ha osservato che questa funzione segue cicli giornalieri anche indipendentemente dal riposo notturno. È stato così stabilito un legame diretto tra biologia circadiana e capacità del cervello di fare pulizia.
Quando l’ictus manda fuori tempo il cervello
“Il discorso sul recupero dopo un ictus parte dall’idea che non si tratti solo di un evento vascolare ma anche di un disturbo della tempistica”, ha spiegato Hablitz, prima autrice del nuovo lavoro. Da tempo si sa che questi episodi seguono schemi precisi nell’arco della giornata. Capitano più spesso al mattino e risultano spesso più gravi verso la fine del periodo di sonno. Molti pazienti poi sviluppano un’alterazione del ciclo tra sonno e veglia, associata a un recupero peggiore, a depressione e a una qualità della vita ridotta.
Da qui è nata la domanda dei ricercatori, che Hablitz riassume così: se dopo un ictus la tempistica è compromessa, rinforzare l’orologio biologico può migliorare la ripresa? Già in passato era emerso che il sistema glinfatico perde efficienza dopo l’evento e fatica a smaltire le molecole dannose che si accumulano. La ricerca sull’ictus si è concentrata a lungo sul distinguere l’infiammazione utile da quella dannosa per frenare quest’ultima. Il gruppo di Rochester propone una lettura diversa. “Pensiamo che parte del problema possa essere un fallimento della pulizia”, ha detto Hablitz. “Se il sistema che deve eliminare le molecole di segnalazione non funziona come dovrebbe, tutto si accumula”. In questo modello il danno colpisce sia il tessuto cerebrale sia le vie di smaltimento e i segnali infiammatori rimasti in circolo possono alimentare altro danno e rallentare la guarigione.
Dalla luce ai pasti, le strategie testate sui topi
Per mettere alla prova l’idea, i ricercatori hanno esaminato diversi interventi capaci di agire sull’orologio interno come l’esposizione programmata alla luce, la melatonina, un farmaco mirato chiamato KL001 e l’alimentazione a orario limitato. Ognuno di questi approcci ha migliorato la funzione glinfatica negli animali sani. I due più promettenti, KL001 e l’alimentazione a orario limitato, sono stati poi provati su modelli murini di ictus, con un trattamento iniziato soltanto tre giorni dopo l’evento. Nonostante il ritardo, i topi trattati hanno mostrato un migliore recupero motorio, lesioni più piccole, un flusso glinfatico più efficiente e meno citochine infiammatorie nel cervello. “Tutte le citochine si sono mosse nella stessa direzione”, ha osservato Hablitz, segno che forse non si sta colpendo una singola via infiammatoria ma si sta aiutando il cervello a smaltire meglio i segnali dell’infiammazione.
Tra le strategie più interessanti spicca proprio l’alimentazione a orario limitato, un intervento comportamentale già studiato contro obesità, diabete e malattie cardiovascolari, che un giorno potrebbe risultare più semplice da applicare anche fuori dagli ambienti ospedalieri. “Uno degli aspetti entusiasmanti è che studiamo interventi potenzialmente applicabili non solo in ospedale ma anche a casa”, ha sottolineato la ricercatrice. Gli autori ricordano comunque che i risultati riguardano per ora solo modelli animali. Serviranno nuovi studi per chiarire come ritmi circadiani, funzione glinfatica e infiammazione si influenzino a vicenda dopo un ictus, per capire se il miglior flusso glinfatico sia la causa diretta del recupero e per valutare se queste terapie possano arrivare un giorno alla sperimentazione clinica. “Il nostro obiettivo è trovare modi per migliorare la capacità del cervello di eliminare le scorie, ridurre l’infiammazione e riprendersi dopo una lesione”, ha concluso Hablitz.
Fonte: TecnoAndroid








