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Un hacker dalle competenze tecniche piuttosto limitate è riuscito a colpire diversi istituti di credito in Corea del Sud affidandosi all’intelligenza artificiale, ma sono state proprio le sue conversazioni con un assistente AI a tradirlo. Dalla fine di settembre 2026 varie banche sudcoreane hanno subito intrusioni che si sono concluse con il furto di dati. In un caso sarebbe stato compromesso un servizio di monitoraggio delle richieste di prestito pensato per i broker. In un altro il pirata informatico avrebbe messo le mani su un sistema di lavoro da dispositivi mobili usato dai dipendenti.
Analizzando questi attacchi, i ricercatori di CrowdStrike hanno individuato l’impiego di ARTEX, uno strumento in grado di automatizzare i test di intrusione con il supporto di modelli di intelligenza artificiale. Le indagini però hanno portato a galla anche una leggerezza decisamente sorprendente da parte del criminale informatico, che ha lasciato in giro molto più di quanto avrebbe dovuto.
Come funziona ARTEX e quali modelli AI usava l’hacker
Nato in Cina e distribuito in origine con licenza open source, ARTEX permette di delegare all’AI una parte del lavoro che di solito spetta a uno specialista di sicurezza informatica. Si parla di ricerca delle vulnerabilità, verifica della possibilità di sfruttarle e concatenamento delle varie operazioni. Il programma si appoggia a modelli linguistici per portare avanti queste attività senza chiedere l’intervento dell’utente a ogni passaggio. È stato concepito per valutare la solidità dei sistemi informatici, ma come spesso accade può essere piegato a fini tutt’altro che leciti.
Nel corso di questa campagna il pirata faceva girare ARTEX soprattutto con DeepSeek v4.1 flash. A questo affiancava Claude Code, un ambiente che consente di svolgere compiti informatici con l’aiuto dell’AI, e in alcune sessioni complementari utilizzava altri due modelli, GLM 5.3 e Grok 4.6. I file esaminati da CrowdStrike documentano un’attività intensa contro diversi istituti finanziari tra fine settembre e inizio ottobre, anche se non consentono di stabilire quale parte delle intrusioni sia stata condotta in modo del tutto autonomo.
Seguendo le tracce dell’infrastruttura, i ricercatori sono arrivati a due server gestiti dal pirata. Il primo ospitava ARTEX, mentre il secondo, collocato a Hong Kong, faceva da centro nevralgico delle operazioni. Su quest’ultimo diverse cartelle risultavano accessibili pubblicamente e contenevano documenti parecchio compromettenti per chi le aveva create.
Le conversazioni con Claude Code che hanno smascherato il pirata
Tra quei file è spuntata la cronologia delle sessioni con Claude Code. L’hacker aveva chiesto all’AI informazioni sui canali di rivendita dei dati rubati in Corea del Sud, aveva cercato aiuto per trovare gruppi Telegram specializzati in questo genere di commercio e aveva persino domandato di scrivergli un curriculum da ricercatore in sicurezza informatica, inserendovi le proprie attività con ARTEX. Per farlo aveva fornito diversi dati personali, tra cui un nome, un numero di telefono, un identificativo Telegram, il percorso universitario e una localizzazione nella provincia cinese del Guangdong.
Secondo Adam Meyers, responsabile delle operazioni di intelligence sulle minacce di CrowdStrike, l’autore degli attacchi probabilmente non sarebbe stato capace di portare avanti questa campagna senza il supporto dell’intelligenza artificiale. Le sue capacità tecniche erano a suo giudizio piuttosto modeste, eppure gli strumenti a disposizione gli hanno consentito di prendere di mira più istituti nel giro di pochi giorni. Le intrusioni hanno colpito servizi professionali rivolti ai broker e ai dipendenti, meno esposti allo sguardo rispetto alle interfacce bancarie destinate al grande pubblico ma ugualmente in grado di mettere a rischio informazioni sensibili.
Dopo la pubblicazione dell’indagine lo sviluppatore di ARTEX ha comunicato lo stop alla distribuzione pubblica e alla manutenzione del software, prendendo le distanze da qualsiasi uso illegale. Il progetto è stato anche rimosso da GitHub, una scelta che comunque non impedisce alle copie già scaricate di continuare a circolare.
Fonte: TecnoAndroid


