Ogni volta che un gatto cade, succede qualcosa che sembra impossibile: atterra in piedi. È un fenomeno che affascina da decenni, e ora un gruppo di ricercatori dell’Università di Yamaguchi, in Giappone, ha scoperto il meccanismo che permette ai gatti di sfidare le leggi della fisica durante la caduta. Lo studio, pubblicato sulla rivista The Anatomical Record, rivela che il segreto sta tutto nella struttura della loro colonna vertebrale, capace di compiere una torsione così sofisticata da sembrare, appunto, fisicamente impossibile.
Partiamo dal principio. Un oggetto sospeso a mezz’aria non dovrebbe potersi ruotare senza avere qualcosa contro cui fare leva. Eppure i gatti ci riescono, e lo fanno con una naturalezza quasi irritante. Per capire come, il team giapponese ha analizzato le colonne vertebrali di cinque esemplari deceduti, separando la parte toracica (quella superiore) da quella lombare (la parte inferiore). Le due sezioni sono state sottoposte a test meccanici specifici, con l’obiettivo di misurare flessibilità e resistenza alla rotazione. In parallelo, sono stati filmati due gatti sani durante cadute controllate su un cuscino morbido, utilizzando telecamere ad alta velocità e sensori posizionati su spalle e fianchi per tracciare ogni minimo movimento del corpo.
Una colonna vertebrale tutt’altro che uniforme
I risultati parlano chiaro: la colonna vertebrale del gatto non è flessibile in modo omogeneo. La colonna toracica si è rivelata straordinariamente elastica, con una zona capace di ruotare fino a quasi 50 gradi con uno sforzo minimo. La colonna lombare, al contrario, è molto più rigida e funziona come uno stabilizzatore naturale. Questo doppio comportamento è fondamentale.
Secondo quanto ricostruito dai ricercatori, durante la caduta il gatto ruota prima la testa e le zampe anteriori verso il suolo, sfruttando la flessibilità della parte toracica. Subito dopo, la metà posteriore segue il movimento. E qui entra in gioco la rigidità lombare, che funge da perno e impedisce al corpo di perdere il controllo durante la rotazione. È una manovra in due tempi, rapida e coordinata, che protegge l’animale da lesioni potenzialmente gravi.
Gli stessi autori dello studio hanno sottolineato: “Questi risultati suggeriscono che la rotazione del tronco durante il raddrizzamento in aria nei gatti avviene in sequenza, con il tronco anteriore che ruota per primo, seguito da quello posteriore, e che la loro colonna toracica flessibile e la colonna lombare rigida in torsione assiale sono adatte a questo comportamento.”
A cosa servono queste scoperte
Al di là della curiosità scientifica, lo studio ha implicazioni pratiche molto concrete. I dati raccolti sulla biomeccanica dei gatti potrebbero servire a migliorare i modelli matematici attualmente usati per descrivere il movimento animale. Questo tipo di conoscenza non resta confinata nei laboratori: i veterinari, ad esempio, potrebbero sfruttare queste informazioni per trattare in modo più mirato le lesioni spinali nei felini, calibrando meglio le terapie sulla base della reale distribuzione di flessibilità e rigidità lungo la colonna vertebrale.
Quello che emerge dallo studio giapponese è che il riflesso di raddrizzamento dei gatti non è un semplice colpo di fortuna evolutivo, ma il risultato di una struttura anatomica raffinata, progettata dalla selezione naturale per rispondere a una necessità ben precisa: sopravvivere alle cadute.