Mentre tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo i raid di Stati Uniti e Israele contro l’Iran catalizzavano l’attenzione mondiale sul petrolio, un altro comparto finiva silenziosamente sotto stress: l’industria dei fertilizzanti del Golfo Persico, da cui dipende una fetta enorme della produzione alimentare globale. Parliamo di quasi la metà. Eppure quasi nessuno ne parla.
La storia di questo settore è curiosa. Per decenni il gas naturale nella regione veniva considerato poco più di uno scarto della produzione petrolifera, spesso bruciato e sprecato. Poi qualcuno ha capito che quel gas poteva diventare la materia prima fondamentale per i fertilizzanti azotati. Lo racconta Charlotte Hebebrand, direttrice della comunicazione dell’International food policy research institute (Ifpri) di Washington: il passaggio da risorsa ignorata a pilastro strategico è stato graduale ma decisivo. Alcune stime indicano che oggi circa il 50% della produzione alimentare mondiale dipende proprio dai fertilizzanti.
Già dalla fine degli anni Sessanta i paesi del Golfo hanno cominciato a costruire le basi di questa industria, quando la regione pesava meno del 5% sulla produzione mondiale. Negli anni Settanta e Ottanta, il gas naturale a bassissimo costo alimentava la produzione di ammoniaca e urea, i due componenti principali dei fertilizzanti azotati. Ma il vero salto è arrivato nei primi anni Duemila: investimenti massicci in infrastrutture e tecnologia hanno fatto crescere la capacità produttiva in maniera significativa, come spiega Hassan Abu Arafat, giornalista e analista economico che vive in Qatar.
Oggi circa il 29% dell’ammoniaca e il 36% dell’urea scambiate nel mondo arrivano dal Golfo. Tra le aziende protagoniste ci sono la saudita Sabic, la Qatar fertiliser company (Qafco), la Gulf petrochemical industries Co. (Gpic) dal Bahrain, la Oman india fertiliser company (Omifco) e Adnoc, la compagnia energetica statale degli Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita produce ogni anno tra i 6 e i 7 milioni di tonnellate di ammoniaca, il Qatar ha superato i 3,5 milioni di tonnellate di urea. La quota del Golfo nel mercato globale dell’urea è salita fino a circa il 10/15%.
Fertilizzanti dal Golfo: la guerra e lo stretto di Hormuz, cosa cambia
Con la guerra in Medio Oriente che prosegue e la circolazione nello stretto di Hormuz ridotta quasi a zero, gli esportatori del Golfo si trovano in una fase di forte incertezza. QatarEnergy ha parzialmente sospeso la produzione dei suoi impianti chimici e petrolchimici, compresi quelli dedicati all’urea e ad altri derivati.
Non è la prima volta che succede qualcosa di simile. Nei primi mesi della guerra in Ucraina, le interruzioni nelle esportazioni di fertilizzanti da parte di Russia e Bielorussia avevano fatto impennare i prezzi globali e aggravato l’insicurezza alimentare in molte regioni del mondo. Ora lo scenario rischia di ripetersi. Le spedizioni dal Golfo continuano almeno in parte, ma lo stravolgimento delle rotte ha già prodotto un aumento dei costi. Anche alternative come il mar Rosso restano vulnerabili, osserva Hebebrand.
I mercati più esposti sono tanti. L’India è il principale importatore e assorbe circa il 18/20% delle esportazioni del Golfo. Ma anche Brasile, Cina, Marocco, Stati Uniti, Australia e Indonesia dipendono in misura significativa da queste forniture. Nonostante tutto, Qafco non dà segnali di voler rallentare: continua a operare normalmente e, anzi, sta portando avanti progetti di espansione, secondo Arafat.
Prezzi più alti, rese più basse: il rischio per il cibo
Se le esportazioni di fertilizzanti restano bloccate o rallentate, l’effetto a cascata è inevitabile. Prezzi più alti dei fertilizzanti significano che gli agricoltori potrebbero decidere di usarne meno, oppure di puntare su colture meno dipendenti da questi prodotti. Il risultato? Rese ridotte e, nel tempo, rincari su alimenti di base come mais e riso. “In questo momento i prezzi dei raccolti non sono particolarmente alti, quindi gli agricoltori sono sotto pressione”, dice Hebebrand, che aggiunge: “Siamo ancora nelle fasi iniziali e molto dipende da quanto a lungo durerà la situazione”.
Per ora la produzione e le spedizioni proseguono, anche se più lentamente e a costi maggiori. Ma più a lungo dureranno le interruzioni, più aumenterà la pressione su un sistema che la maggior parte dei consumatori non vede quasi mai, eppure da cui dipende ogni singolo giorno.