Ventitré miliardi di euro per blindare il futuro della transizione energetica italiana e aggiungere 37,15 GW di nuova capacità da fonti pulite. È questo il cuore del cosiddetto FER X a regime, la misura che nei giorni scorsi ha ottenuto il via libera di Bruxelles sugli aiuti di Stato. Più che un classico sistema di incentivi, somiglia a una polizza assicurativa. Lo Stato si fa avanti per proteggere il settore dalle oscillazioni del mercato, in un territorio che resta in buona parte da esplorare. L’idea di fondo è semplice e allo stesso tempo ambiziosa, ridurre il rischio per convincere i privati a mettere sul tavolo i soldi che i governi non hanno, o che scelgono di non destinare al tema.
Conviene partire dalle basi. La formula FER X serve a distinguere questa misura dal FER X transitorio, cioè il meccanismo ponte valido per il 2025. FER sta per fonti energetiche rinnovabili, un acronimo che gira da anni nei decreti italiani, mentre la X identifica questa nuova generazione di provvedimenti dedicati alle rinnovabili ormai mature. Lo schema messo a punto dal governo punta a rendere più attraente la costruzione di impianti fotovoltaici, eolici onshore, idroelettrici e a gas da depurazione per produrre energia elettrica. Maurizio Delfanti, ordinario di Sistemi elettrici per l’energia al Politecnico di Milano ed ex amministratore delegato di Rse, chiarisce subito un punto che spesso sfugge. Non sono incentivi, ma una garanzia che tiene in piedi i piani industriali di chi decide di investire e aderire allo schema.
FER X, come funzionano i contratti per differenza
Lo strumento tecnico sono i contratti per differenza bidirezionali. “Non è una novità”, spiega Delfanti, “ma lo strumento che la Commissione europea ha imposto dal 2019 come preferenziale e quasi esclusivo”. In pratica i soldi vengono messi a disposizione, ma non è detto che vengano spesi davvero. Anzi, in certi casi a pagare potrebbero essere gli operatori. A spiegarlo bene è Francesca Andreolli, ricercatrice senior energia ed efficienza del think tank climatico Ecco. Tutto ruota attorno a una soglia, il cosiddetto strike price, fissata a monte tra lo Stato e gli imprenditori. Se il prezzo dell’energia sul mercato supera questa soglia, il produttore versa la differenza al Gse, il Gestore dei servizi energetici. Se invece resta sotto, è il governo a pagare la differenza al produttore. Così entrambe le parti finiscono coperte dal rischio.
L’obiettivo è ridurre l’incertezza dei piani di business, che per loro natura restano proiezioni approssimative. “Con questo tipo di contratto vincono tutti”, commenta Andreolli, perché l’imprenditore si tutela e lo Stato stimola nuovi impianti senza incentivare in modo eccessivo come accadeva col vecchio conto energia, che prevedeva una quota fissa da versare per molti anni. Era l’inizio del millennio, un altro mondo, con tecnologie ancora acerbe e qualche storia poco limpida, comprese vere e proprie truffe che hanno macchiato il settore anche in Italia. Oggi si cerca qualcosa di più raffinato.
Strike price, vent’anni di contratti e il ruolo del Macse
L’adesione al FER X è libera e i contratti durano vent’anni. Chi entra trova una doppia corsia: gli impianti sotto 1 MW accedono direttamente, quelli più grandi devono partecipare a procedure competitive bandite dal Gse. Ogni produttore propone la propria offerta sullo strike price, poi viene stilata una graduatoria al ribasso e si accettano le offerte fino a coprire il contingente previsto. Per gli impianti più piccoli il valore lo fissa l’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente. E lo Stato come ci guadagna? La stessa Commissione europea, nella nota dopo il via libera, spiega che la dotazione si basa su stime dei prezzi di mercato e che il sostegno netto effettivo può risultare molto inferiore se i prezzi salgono più del previsto.
Si prevede di aggiungere 37,15 GW entro il 2030, circa il 48% della capacità rinnovabile oggi installata in Italia. Di questi, 10 GW sono riservati agli impianti fino a 1 MW e i restanti 27,15 GW a quelli più grandi. La rete reggerà? Secondo Delfanti sì. “In Italia siamo più avanti di tanti altri paesi”, afferma. Cita il caso della Spagna, che ha corso più della Penisola sulle rinnovabili ma che spesso deve spegnere gli impianti fotovoltaici perché non ha sviluppato abbastanza accumuli e rete. L’Italia è partita più tardi sulle rinnovabili, ma ha avviato per tempo sia la rete sia i sistemi di accumulo grazie a un meccanismo per ora tutto italiano, il Macse, acronimo di Meccanismo per l’acquisizione capacità stoccaggio elettrico.
Il concetto è simile al FER X: togliere il rischio a chi investe e trasferirlo allo Stato. “Senza strumenti pubblici non di incentivo ma di stabilizzazione finanziaria, la transizione energetica non si può fare”, sostiene Delfanti. Per capirlo serve il concetto di arbitraggio. Chi costruisce sistemi di accumulo compra energia quando costa poco, magari a mezzogiorno a 50 euro al MWh, per rivenderla alla sera a 120, guadagnando sullo spread. Ripagato il capitale, in cinque anni se si è bravi, anche dieci negli altri casi, si inizia a guadagnare. Il problema è che il singolo investitore non ha visibilità su quanto durerà quello spread. Lo Stato invece sa quanto vuole investire e può fare stime più realistiche.
A quel punto scatta il patto. L’imprenditore costruisce l’accumulatore, sobbarcandosi un investimento pesante anche sul piano gestionale, e la mano pubblica risponde con un canone fisso per un periodo concordato in anticipo. “La capacità affittata dallo Stato viene poi messa a disposizione degli operatori che ne hanno bisogno, un po’ come nei grandi centri di calcolo, e se il mercato è frizzante il governo può persino guadagnarci”, spiega Delfanti. Grazie a questo meccanismo, un anno fa sono stati piazzati tutti i sistemi di accumulo messi a gara. Il vantaggio sta tutto nella prevedibilità: l’operatore sa in anticipo cosa percepirà e su quel dato costruisce le sue scelte.