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Falcon 9 e il suo schianto sulla Luna ha formato un cratere da 18 metri

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Un nuovo cratere sulla Luna porta la firma, per così dire, di un pezzo di tecnologia terrestre: lo stadio di un Falcon 9 che a inizio agosto si è schiantato sulla superficie del nostro satellite, lasciando un segno circolare largo 18 metri. Non un evento catastrofico, non una minaccia per nessuno, ma un dettaglio che racconta bene quanto sia diventato affollato lo spazio intorno alla Terra e, di riflesso, anche il vicinato lunare.

Il numero in sé aiuta a farsi un’idea. Diciotto metri sono più o meno la larghezza di un campo da tennis contando anche i corridoi laterali, un buco tutt’altro che invisibile per gli strumenti che oggi fotografano la Luna con estrema precisione. Il cratere è la traccia lasciata dall’urto di uno stadio esausto, cioè di quella parte del razzo che ha già fatto il suo lavoro e che, terminata la spinta, resta a vagare senza controllo fino a quando qualcosa non la intercetta. In questo caso quel qualcosa è stata la superficie lunare.

Come nasce un impatto di questo tipo

Falcon 9 e il suo schianto sulla Luna ha formato un cratere da 18 metri

La dinamica è meno spettacolare di quanto si potrebbe immaginare. Gli stadi dei razzi che non rientrano nell’atmosfera terrestre e non vengono deliberatamente indirizzati verso un punto preciso finiscono per seguire traiettorie che nessuno governa più. Possono restare in orbita per anni, subire spinte gravitazionali, cambiare rotta in modo difficile da prevedere con esattezza. E poi, un giorno, incontrano un ostacolo. La Luna, priva di atmosfera, non offre alcuna frenata: qualunque oggetto arrivi lo fa a piena velocità, e l’energia liberata nell’urto si scarica tutta sul terreno, scavando quella cavità che gli strumenti riescono poi a individuare e misurare.

Va detto che la storia dell’esplorazione spaziale è piena di hardware abbandonato sul suolo lunare, tra moduli, sonde e componenti vari lasciati lì per scelta o per incidente. Il caso del Falcon 9 però aggiunge un tassello interessante, perché non riguarda una missione scientifica diretta verso la Luna, ma un residuo tecnologico che ci è arrivato per conto proprio, senza che nessuno lo avesse pianificato.

Perché la traccia lasciata dal Falcon 9 interessa gli scienziati

Un impatto lunare documentato con precisione non è soltanto una curiosità da appuntare. Osservare un cratere appena formato, di cui si conosce la causa, offre un termine di paragone prezioso per interpretare tutti gli altri crateri sparsi sulla superficie, quelli antichi, quelli generati da meteoriti, quelli che raccontano miliardi di anni di bombardamenti. Sapere che cosa produce un urto di dimensioni note aiuta a leggere meglio ciò che si vede altrove.

C’è poi il lato più prosaico della vicenda, quello che riguarda la gestione dei detriti spaziali. Il fatto che un componente di un lanciatore possa concludere la propria corsa scavando un buco di 18 metri sul nostro satellite naturale mette in evidenza un problema di ordine pratico: quanto materiale resta in giro dopo ogni lancio e che fine fa. Con il ritmo attuale delle attività orbitali, la questione riguarda sempre meno la teoria e sempre più la gestione quotidiana delle missioni.

Il cratere, comunque, ora è lì. Diciotto metri di diametro, scavati a inizio agosto da uno stadio del Falcon 9 che aveva già esaurito da tempo il proprio compito.

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