Un grafico pubblicato da Eurostat ha rimesso al centro del dibattito il tema della efficienza energetica in Italia, collocando il nostro Paese all’ultimo posto in Europa per numero di abitanti che dichiarano di vivere in un’abitazione sottoposta a lavori di efficientamento. Il dato, così come appare, sembra impietoso. Eppure vale la pena fermarsi un attimo prima di gridare al disastro, perché dietro quel numero secco si nasconde una lettura molto più articolata di quanto la classifica lasci intendere.
La domanda che sorge spontanea riguarda il superbonus, la misura che negli ultimi anni ha fatto discutere più di ogni altra sul fronte casa ed energia. Possibile che, dopo miliardi di euro spesi e cantieri aperti praticamente ovunque, l’Italia risulti comunque ultima? Il sospetto di un flop clamoroso è quasi inevitabile. Ma il grafico di Eurostat racconta una fetta di realtà, non tutta la storia.
Cosa misura davvero il dato Eurostat
Il punto centrale sta nella natura stessa della rilevazione. Non si tratta di una misurazione oggettiva dei consumi o della classe energetica reale degli edifici, bensì di una dichiarazione raccolta tra i cittadini. In altre parole, quel grafico fotografa quanti abitanti affermano di vivere in una casa che ha ricevuto interventi di efficientamento. E qui le cose si complicano, perché la percezione soggettiva non sempre coincide con quello che è successo concretamente tra le mura domestiche.
Molti italiani, per esempio, potrebbero non essere a conoscenza dei lavori svolti anni prima, magari da un precedente proprietario o dall’amministrazione condominiale. Altri potrebbero non associare determinati interventi, come la sostituzione degli infissi o il cappotto termico, al concetto di efficientamento energetico vero e proprio. La differenza tra ciò che è stato fatto e ciò che viene percepito e dichiarato finisce per pesare parecchio sul risultato finale. C’è poi un elemento culturale che non va sottovalutato. In alcuni Paesi europei l’attenzione verso i temi dell’energia domestica è radicata da tempo, con cittadini più abituati a ragionare in termini di prestazioni della propria abitazione. In Italia, nonostante gli incentivi recenti, questa consapevolezza fatica ancora a diffondersi in modo capillare, e questo si riflette inevitabilmente sulle risposte fornite nelle rilevazioni.
Il patrimonio edilizio e il peso della storia
Un altro fattore da tenere presente riguarda la struttura stessa del patrimonio edilizio italiano. Il territorio è costellato di edifici antichi, storici, spesso vincolati, che rendono gli interventi di riqualificazione molto più complessi rispetto a costruzioni moderne e standardizzate. Mettere mano a un palazzo del centro storico non è la stessa cosa che intervenire su una palazzina degli anni Duemila, e questo rallenta oggettivamente il ritmo delle ristrutturazioni energetiche.
Va anche detto che il superbonus, per quanto discusso, ha comunque prodotto risultati tangibili su un certo numero di immobili. Il problema è che la quantità di edifici coinvolti, per quanto significativa, resta una porzione limitata rispetto all’enorme parco abitativo nazionale, gran parte del quale risale a decenni fa e presenta prestazioni energetiche modeste.
Prendere il grafico di Eurostat e leggerlo come una bocciatura totale rischia dunque di essere fuorviante. Il dato esiste, è reale, ma va inquadrato per quello che rappresenta davvero, ovvero una percezione dichiarata filtrata da abitudini, consapevolezza e caratteristiche specifiche del territorio. La posizione dell’Italia in fondo alla classifica non equivale automaticamente a dire che nel Paese non si sia fatto nulla sul fronte della riqualificazione delle abitazioni.