Gli attacchi con droni ucraini hanno costretto la Russia a fermare completamente il traffico navale nel Mare di Azov in meno di una settimana, un fatto che dimostra ancora una volta come un Paese privo di una vera potenza navale possa comunque bloccare corridoi marittimi strategici. Tra il 6 e il 13 luglio, le forze ucraine dei sistemi senza pilota hanno lanciato ogni notte droni d’attacco monouso contro oltre 100 tra petroliere e altre navi russe, diffondendo anche i video che documentano le operazioni.
La campagna ha spinto Mosca a chiudere del tutto la rotta che dal fiume Don russo sfocia nel Mare di Azov, oltre a interrompere ogni passaggio attraverso lo Stretto di Kerch verso il Mar Nero. Un blocco che pesa parecchio, perché isola ancora di più la penisola di Crimea occupata, tagliando soprattutto i rifornimenti di carburante via mare. E la Crimea non se la passava già bene. Razionamenti severi e blackout erano diventati la norma, mentre l’Ucraina intensificava le sue incursioni con i droni a medio e lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, lasciando dietro di sé raffinerie danneggiate con colonne di fumo nero e camion bruciati lungo le autostrade.
Droni ucraini: un blocco che colpisce anche il grano
Le restrizioni sul traffico in entrata e in uscita dal Mare di Azov potrebbero riguardare anche un quarto delle esportazioni russe di grano. E qualche effetto si comincia già a vedere, con i prezzi del frumento in salita, dato che la Russia resta il primo esportatore mondiale di cereali. Secondo l’Institute for the Study of War, think tank con sede a Washington, gli attacchi dell’ultima settimana contro i trasporti marittimi di benzina rappresentano una fase nuova nel tentativo ucraino di isolare la Crimea occupata dalla rete logistica russa e di mettere in difficoltà le rotte commerciali, soprattutto quelle di prodotti petroliferi e cereali.
I video girati dalla prospettiva dei droni di solito si interrompono nell’istante dell’impatto. Ma le navi in fiamme si vedono comunque, sia nelle immagini scattate dopo gli attacchi sia nelle immagini satellitari pubbliche fornite dai satelliti Copernicus Sentinel dell’Unione Europea e da altre fonti. I droni ucraini sembrano puntare soprattutto ai ponti di comando delle navi, i centri di controllo, per costringere l’equipaggio ad abbandonare l’imbarcazione. Come ha spiegato Salvatore Mercogliano, docente di storia alla Campbell University in North Carolina ed ex ufficiale della marina mercantile, non si tratta di affondare le navi, ma di metterle fuori uso.
Nessuna marina, nessun problema
La maggior parte delle grandi navi russe pare aver lasciato il Mare di Azov, tranne un gruppo di circa 25 imbarcazioni concentrate a nord est, stando a una verifica delle immagini satellitari fatta dalla testata ucraina Defense Express. Altre risultano raggruppate nel Mar Nero per possibili operazioni di trasferimento del carico. I blogger militari filorussi si sono lamentati della scarsa protezione garantita alle navi nella zona. Del resto la flotta russa del Mar Nero è già stata costretta a restare quasi sempre in porto, dopo i successi ucraini con i droni navali usati per danneggiare e persino affondare navi da guerra.
Gli attacchi non si sono fermati al Mare di Azov. L’8 luglio i servizi di sicurezza ucraini hanno diffuso un video che mostra un drone navale Sea Baby colpire una petroliera di greggio nei pressi dell’estremità meridionale della Crimea. E a dicembre del 2025 l’Ucraina aveva addirittura mandato droni aerei a colpire una petroliera della cosiddetta flotta ombra, carica di petrolio russo sotto sanzioni, nel Mediterraneo al largo della Libia. Uno scenario simile si sta ripetendo nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ora rivendica il diritto di imporre una tassa di transito e ha usato droni e missili per bloccare buona parte del traffico commerciale, nonostante la massiccia presenza di navi e aerei militari statunitensi.