Un reattore nucleare calato a 1,6 chilometri di profondità non è più soltanto un’idea da laboratorio, ma un progetto che sta prendendo forma concreta. L’intuizione arriva da chi ha guardato al problema del nucleare partendo da un’angolazione diversa, spostando l’attenzione da ciò che di solito preoccupa di più. Perché il vero nodo, spesso, non è il reattore in sé. È tutto quello che gli viene costruito intorno.
Chi lavora nel settore lo sa bene. Gli edifici di contenimento sono enormi, i sistemi di sicurezza vanno ridondati più volte, i cantieri si trascinano per anni e i costi finiscono quasi sempre col superare le stime iniziali. A questo si aggiunge un fattore che pesa più di quanto si pensi, cioè la percezione della gente. Nonostante i progressi tecnologici degli ultimi decenni, l’energia atomica continua a essere vista da molti come la fonte meno rassicurante in circolazione.
La scommessa di Deep Fission sui piccoli reattori modulari
Ed è proprio da qui che parte il ragionamento di diverse aziende, impegnate a cercare vie alternative per rendere il nucleare più semplice da costruire e gestire. Tra queste c’è Deep Fission, una startup californiana con una visione tutta sua su come andrebbero installati i cosiddetti piccoli reattori modulari, gli SMR.
L’approccio ribalta la logica tradizionale. Invece di tirare su un impianto in superficie, con tutto il carico di strutture e protezioni che ne consegue, l’idea è quella di collocare il reattore all’interno di un pozzo profondo. Si parla di circa 1,6 chilometri sotto il livello del suolo. Il sottosuolo, in questa configurazione, non è più un semplice contenitore. Diventa parte attiva del sistema, una barriera naturale che aiuta a gestire la sicurezza e a contenere la pressione.
È un cambio di prospettiva che punta dritto ai punti deboli storici del settore. Meno cemento in superficie, meno strutture ingombranti, potenzialmente meno tempo e meno soldi. La roccia fa il lavoro che di solito viene affidato a costosissimi edifici di contenimento, e questo cambia parecchio le carte in tavola dal punto di vista economico e progettuale.
Il progetto di Deep Fission si inserisce in un momento in cui la ricerca sui piccoli reattori modulari sta accelerando un po’ ovunque. La promessa di questi impianti è quella di essere più compatti, più veloci da realizzare e più flessibili rispetto ai giganteschi reattori di vecchia generazione. Portarli sottoterra, però, aggiunge un tassello inedito, che va nella direzione di rendere l’intera operazione più discreta e, sulla carta, più sicura.
Il pozzo profondo diventa così l’elemento distintivo di questa tecnologia nucleare. Un modo per sfruttare ciò che la Terra offre già naturalmente, invece di replicarlo artificialmente con materiali e costi elevati. L’obiettivo dichiarato resta quello di abbattere le barriere che finora hanno rallentato la diffusione dell’atomo come fonte pulita e continua.