I numeri raccontano una storia che fino a poco tempo fa sembrava impensabile, perché la rivolta contro i data center ha raggiunto livelli mai visti. Nei primi mesi del 2026 sono stati bloccati o rinviati almeno 75 progetti, per un valore complessivo che si aggira attorno ai 120 miliardi di euro. A metterlo nero su bianco è un rapporto di Data Center Watch, iniziativa portata avanti dalla società di ricerca specializzata in intelligenza artificiale 10a Labs, che parla apertamente della più grande quantità di progetti fermati in un singolo trimestre da quando si tiene traccia di questi dati.
Il dato che colpisce di più riguarda il ritmo. In appena tre mesi gli attivisti sono riusciti a ottenere lo stesso risultato che avevano raccolto nell’intero 2025. Un’accelerazione che dice molto su come stia cambiando l’umore dell’opinione pubblica. Un sondaggio di Heatmap Pro, realizzato poche settimane fa, ha rilevato che il 71% dei cittadini statunitensi si opporrebbe oggi alla costruzione di un data center vicino a casa propria. Di questi, il 55% sarebbe disposto a farlo perfino con la forza. Numeri che pesano ancora di più se confrontati con quelli di nove mesi prima, quando i favorevoli erano il 43% e i contrari il 42%, praticamente alla pari.
Una opposizione che non arriva solo dai cittadini
La cosa interessante è che a frenare la costruzione di queste strutture non sono soltanto i residenti. Le comunità locali si muovono in modo sempre più organizzato, coinvolgendo associazioni statali e voci nazionali impegnate sul tema della sostenibilità. Il rapporto segnala che le firme raccolte nelle petizioni in un solo trimestre quasi eguagliano quelle dell’intero secondo semestre del 2025. E i gruppi di opposizione sono più che raddoppiati, passando dai 396 di fine 2025 agli 833 di marzo 2026.
In alcuni casi la mobilitazione è scattata addirittura prima della presentazione ufficiale dei progetti. Basta una voce, scrivono i ricercatori, per far partire una resistenza già strutturata. A questo si aggiunge la politica, che ha fatto del tema un terreno di scontro. Nelle prime sei settimane del 2026 sono stati depositati oltre 300 disegni di legge statali sui data center, con proposte di moratoria avanzate in 14 stati da entrambi gli schieramenti. Il Maine è arrivato a un passo dal diventare il primo stato a introdurre un divieto legale su queste strutture, un segnale forte di come si stia muovendo il dibattito negli Stati Uniti sul fronte della tecnologia e dell’AI.
La voce che difende i data center
In mezzo a tanta diffidenza c’è chi prova a ribaltare la prospettiva. In un saggio pubblicato di recente su The Atlantic, il giornalista Elias Wachtel sostiene che le preoccupazioni attorno ai data center siano spesso gonfiate. Secondo la sua analisi, gran parte delle accuse esagera i costi e dimentica che, in certi contesti, queste infrastrutture possono portare vantaggi concreti. Dire no, scrive, può essere una buona mossa politica ma non sempre una buona strategia.
Wachtel affronta le sfide più spinose legate non solo ai centri dati ma all’intelligenza artificiale in generale: il consumo di acqua ed elettricità, le trasformazioni del lavoro nelle aziende del settore, gli investimenti enormi che la tecnologia richiede. E le inquadra dentro un percorso già visto. Il futuro dell’AI può sembrare misterioso e inquietante, ma i compromessi logistici legati alla costruzione di nuovi impianti sono familiari. Sono le stesse difficoltà che i grandi progetti industriali hanno sempre dovuto gestire, con soluzioni che appartengono alla stessa famiglia.