Data center e intelligenza artificiale sono diventati due facce della stessa medaglia, ma è una medaglia che pochi vogliono tenere davvero in tasca. Ogni volta che qualcuno scrive un comando a ChatGPT, a Claude o a Gemini, mette in moto uno scambio continuo di dati con un centro elaborazione da qualche parte nel mondo. I servizi di intelligenza artificiale funzionano esattamente così, non c’è magia. Il problema è che nessuno sembra più disposto a fare a meno di questi strumenti che velocizzano il lavoro, trovano in un attimo quello che serve e scrivono al posto nostro, però allo stesso tempo nessuno vuole ritrovarsi un’infrastruttura enorme e affamata di energia proprio dietro l’angolo. È una delle grandi contraddizioni del nostro tempo.
Le proteste contro i data center in Lombardia
Gli inglesi hanno un’espressione perfetta per raccontare tutto questo, Not in my back yard. La traduzione italiana, Non nel mio cortile, perde un po’ di forza, ma il senso resta identico e fotografa bene l’ipocrisia che ci accomuna. Va bene tutto, basta che non lo si costruisca vicino a casa. Che se ne occupi qualcun altro, insomma, di tenere accesi migliaia di server giorno e notte.
Nelle ultime settimane, soprattutto in Lombardia, sono andate in scena diverse proteste contro i progetti per costruire questi impianti. I casi più chiari arrivano dalla provincia di Pavia, dove al confine tra Borgarello e Certosa sono comparsi i cartelli con la scritta NO DATA CENTER, e da Lacchiarella, a sud di Milano. Sui gruppi Facebook locali sono spuntate locandine dedicate, con tanto di immagini realizzate, ironia della sorte, proprio con l’AI. E pure con il Comic Sans.
Niente di nuovo, in fondo, e nessuna vera sorpresa. Sta succedendo la stessa identica cosa già vista negli Stati Uniti tempo fa, quando i colossi del settore hanno iniziato a costruire nuovi impianti e i residenti delle zone coinvolte hanno cominciato a fare i conti con le conseguenze poco piacevoli di una tecnologia che sembra a impatto zero finché non ce l’hai a due passi. Solo adesso, forse, iniziamo a capire cosa c’è davvero dietro un prompt.
Lo stigma che accompagna l’intelligenza artificiale
Eppure non è sempre stato così. I data center esistono da quando abbiamo iniziato a digitare www nel browser, e anche da prima. E quegli stessi territori che oggi li rifiutano, fino a pochi anni fa li accoglievano volentieri, magari sperando in una spinta all’economia locale. Nessuno protestava, allora.
La differenza è tutta nello stigma che oggi li accompagna. È l’ennesimo segnale tangibile di un malcontento verso l’intelligenza artificiale che ormai si manifesta con una certa regolarità. E così torniamo al punto da cui siamo partiti, quella grande contraddizione che segna questi anni, in cui non vogliamo rinunciare a niente, nemmeno all’AI, purché non giri su server piantati sotto casa nostra. Per quel nodo lì, forse, nemmeno ChatGPT ha una risposta pronta.