La copia privata applicata ai servizi cloud è finita dritta in tribunale, e per il momento chi ha vinto la battaglia è Amazon Web Services. Il Tribunale Amministrativo Regionale ha infatti accolto l’istanza d’urgenza presentata dal colosso di Seattle contro il cosiddetto decreto Giuli, quel provvedimento che per la prima volta al mondo provava a estendere il meccanismo del compenso per copia privata anche ai servizi di storage in cloud. La sospensione è arrivata il 22 maggio, e adesso tutti gli occhi sono puntati sulla camera di consiglio fissata per il 16 giugno.
Per chi non mastica la materia tutti i giorni, vale la pena fare un passo indietro. Il compenso per copia privata è quel prelievo che viene applicato su supporti e dispositivi di memorizzazione (chiavette USB, hard disk, smartphone) per risarcire autori e titolari di diritti d’autore delle copie personali che gli utenti fanno di contenuti protetti. Fino a oggi, nessun Paese aveva mai pensato di allargare questo meccanismo ai servizi di archiviazione online. Il decreto firmato dall’ex ministro Giuli rappresentava quindi un esperimento unico a livello globale, con implicazioni potenzialmente enormi per tutto il settore del cloud computing.
Perché AWS ha impugnato il decreto
Amazon Web Services non ha perso tempo e ha presentato ricorso davanti al TAR, contestando l’estensione del compenso per copia privata ai propri servizi di storage in cloud. La logica dell’impugnazione è abbastanza chiara: applicare un prelievo pensato per supporti fisici a infrastrutture digitali come quelle cloud significa cambiare radicalmente le regole del gioco, con ripercussioni su costi, modelli di business e competitività dei provider che operano sul mercato europeo e internazionale.
Il TAR ha ritenuto fondate le ragioni di urgenza portate da AWS e ha disposto la sospensione del provvedimento. Questo non vuol dire che il decreto sia stato bocciato nel merito: semplicemente, il tribunale ha valutato che ci fossero rischi sufficienti per bloccare tutto in attesa di un esame più approfondito. La prossima tappa è la camera di consiglio del 16 giugno, dove si discuterà in modo più strutturato della questione.
Cosa succede adesso
La partita è tutt’altro che chiusa. La sospensione concessa dal TAR è provvisoria e riguarda esclusivamente la fase cautelare. Il 16 giugno i giudici amministrativi dovranno decidere se confermare o revocare la sospensione del decreto sulla copia privata applicata al cloud, e solo successivamente si arriverà a una sentenza di merito vera e propria.
Quello che è certo è che la vicenda ha già attirato l’attenzione dell’intero settore tecnologico. Se l’Italia fosse riuscita a far passare l’estensione del compenso per copia privata ai servizi cloud, avrebbe creato un precedente assoluto a livello mondiale. Un precedente che altri Paesi avrebbero potuto replicare, con effetti a catena su tutti i principali operatori del mercato dello storage online.
Per il momento, AWS può tirare un sospiro di sollievo. Ma la vera sfida si gioca nelle prossime settimane, quando il Tribunale Amministrativo Regionale entrerà nel vivo della questione e dovrà stabilire se quel decreto avesse o meno basi giuridiche solide per reggere.