Circa 212 milioni di anni fa, nel bel mezzo del Triassico, un animale decisamente fuori dagli schemi si aggirava per quella che oggi è la Penisola Iberica. Si chiamava Labrujasuchus expectatus, e già dal nome si capisce che la storia è quantomeno bizzarra: tradotto in modo libero, significa qualcosa come “coccodrillo strega”. Un soprannome che gli calza a pennello, considerando quanto fosse strano rispetto a qualsiasi altro essere vivente del suo tempo. Questo parente lontano dei coccodrilli moderni non aveva denti, camminava probabilmente su due zampe e rappresenta una delle scoperte paleontologiche più curiose emerse di recente dallo studio del Triassico superiore.
La creatura appartiene al gruppo degli pseudosuchi, ovvero quel ramo dell’albero evolutivo che alla fine avrebbe dato origine ai coccodrilli odierni. Ma Labrujasuchus expectatus non assomigliava nemmeno lontanamente ai rettili semiacquatici che si conoscono oggi. Era un animale terrestre, bipede, e soprattutto completamente privo di dentatura. Una combinazione di caratteristiche che lo rende un vero e proprio enigma per i paleontologi.
Un fossile atteso per decenni e un nome che racconta una storia
Il nome scientifico di questo animale ha una doppia anima. “Labruja” deriva da La Bruxa, il sito di scavo portoghese dove i resti sono stati rinvenuti, un termine che in portoghese significa appunto “strega”. “Expectatus”, invece, fa riferimento alla lunga attesa che i ricercatori hanno dovuto sopportare prima di poter finalmente descrivere e classificare il fossile. Il “coccodrillo strega” era dunque un reperto conosciuto da tempo, rimasto però in una sorta di limbo scientifico fino alla pubblicazione dello studio che lo ha portato ufficialmente alla luce.
Quello che rende Labrujasuchus expectatus particolarmente affascinante è la sua collocazione temporale. Viveva in un periodo in cui i dinosauri stavano iniziando la loro ascesa verso il dominio del pianeta, ma non erano ancora i padroni incontrastati degli ecosistemi terrestri. Il Triassico superiore era un’epoca di grande sperimentazione evolutiva, con forme di vita che tentavano ogni possibile strategia per sopravvivere. Camminare su due zampe e rinunciare ai denti era evidentemente una di queste strategie, per quanto possa sembrare controintuitiva.
Perché un coccodrillo senza denti sfida tutto ciò che sappiamo
La scoperta di Labrujasuchus expectatus costringe a ripensare l’immagine tradizionale che si ha dei parenti ancestrali dei coccodrilli. Si tende a immaginare questi animali come predatori acquatici dotati di mascelle potenti e file di denti affilati. Eppure, nel Triassico, la diversità tra gli pseudosuchi era enorme. Alcuni erano erbivori, altri corazzati come carri armati, altri ancora, come il coccodrillo strega, avevano imboccato strade evolutive del tutto imprevedibili.
L’assenza di denti suggerisce una dieta molto diversa da quella dei coccodrilli attuali. È possibile che si nutrisse di insetti, piante morbide o altri alimenti che non richiedevano masticazione. La postura bipede, dal canto suo, indica un animale agile, probabilmente veloce, capace di spostarsi rapidamente nel suo ambiente. Caratteristiche che lo avrebbero reso un elemento unico nel panorama faunistico dell’epoca.
Il fatto che un parente dei coccodrilli potesse assumere una forma così radicalmente diversa racconta qualcosa di profondo sulla biodiversità del Triassico. Era un mondo in cui le regole non erano ancora scritte, dove l’evoluzione stava ancora esplorando ogni possibile soluzione. Labrujasuchus expectatus rappresenta proprio questo: un esperimento naturale che, per quanto stravagante, ha funzionato abbastanza a lungo da lasciare tracce fossili arrivate fino a noi, 212 milioni di anni dopo.