La corsa all’intelligenza artificiale ha ormai due nomi che dettano il passo, e la Cina è uno di questi. Pechino sembra avere in mente una strategia precisa per imporsi: spendere cifre enormi e, allo stesso tempo, lasciare a NVIDIA pochissimo spazio in cui muoversi. Non è l’unico Paese a giocare questa partita, ovviamente, ma insieme agli Stati Uniti è quello che sta marcando il ritmo. E con l’IA che si trasforma sempre più in infrastruttura economica vera e propria, la domanda cambia faccia: non conta solo chi ha i modelli migliori, ma chi riesce a costruire la base materiale per alimentarli, distribuirli e portarli ovunque.
Cina: soldi pubblici a fiumi e una rete che tiene tutto insieme
La prima idea è semplice nel concetto, gigantesca nei numeri. Secondo quanto trapelato, la Cina starebbe preparando un piano da circa 2 trilioni di yuan, qualcosa come 280 miliardi di euro, da distribuire nei prossimi cinque anni per costruire data center dedicati all’IA in tutto il territorio. Un’operazione spinta direttamente da Pechino per rafforzare il proprio settore nazionale dell’intelligenza artificiale. Attenzione però: non si tratta ancora di un piano chiuso e definito. Le indiscrezioni parlano di un progetto in fase iniziale di discussione, con dettagli che potrebbero benissimo cambiare strada facendo.
Il punto interessante non è tanto costruire nuove strutture, quanto collegarle tutte sotto un’unica architettura nazionale. L’idea sarebbe quella di mettere in piedi una rete di hub di calcolo interconnessi, capace di raggruppare risorse oggi sparse tra le varie regioni e di dare ad aziende e enti un accesso molto più ampio alla capacità di calcolo ad alte prestazioni. L’obiettivo di fondo? Far funzionare entro il 2028 quelle installazioni, oggi frammentate, come un sistema coeso.
E qui entra in scena lo Stato nel ruolo di architetto. Tra i protagonisti viene citata la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, uno dei grandi bracci della pianificazione economica cinese. Poi ci sono colossi statali come China Mobile e China Telecom, che si occuperebbero di buona parte della gestione di questi centri e della connettività tra loro. Un dettaglio non da poco, perché racconta bene l’approccio di Pechino: vuole mettersi al centro come coordinatore della partita.
Tecnologia di casa e NVIDIA messa all’angolo
L’altra grande gamba del piano riguarda chi fornirebbe la tecnologia. E qui le cose si fanno spinose per i produttori stranieri. L’idea sarebbe quella di affidarsi a fornitori locali, Huawei in testa, per almeno l’80% di hardware e software, chip per l’IA compresi. Non è un divieto esplicito nei confronti di NVIDIA o AMD, sia chiaro, ma di fatto lascerebbe a entrambe ben poco margine per partecipare a questo enorme dispiegamento. È esattamente qui che l’investimento diventa anche uno strumento per tagliare la dipendenza tecnologica dall’estero.
Non è nemmeno una mossa isolata. La direzione è coerente con i passi che Pechino stava già compiendo per ridurre la dipendenza dai chip stranieri, sia nelle infrastrutture private che in quelle pubbliche. Basti pensare che la quota di mercato dell’azienda guidata da Jensen Huang è crollata negli ultimi mesi, e ci sono poche ragioni per pensare a un’inversione di tendenza nel breve.
Va detto con onestà che questo piano non ha ancora una conferma ufficiale. Ma lascia intravedere chiaramente dove vuole andare Pechino, se davvero dovesse concretizzarsi. La Cina non starebbe solo preparando un investimento mostruoso nei data center: starebbe provando a far funzionare quel dispiegamento come una rete nazionale, alimentata in buona parte da tecnologia fatta in casa.