Ci sono notizie che fanno accapponare la pelle, e questa è una di quelle. Sotto la superficie del Mare del Nord e del Mar Baltico riposano milioni di tonnellate di bombe inesplose e rifiuti tossici, residui della Seconda Guerra Mondiale che oggi minacciano gli ecosistemi marini e, di riflesso, anche quello che finisce nei nostri piatti. Gli scienziati che studiano queste acque non nascondono la loro preoccupazione, e basta guardare i numeri per capire il perché.
Le acque al largo delle coste tedesche, raccontano gli esperti, sono letteralmente disseminate di ordigni. Nel Mare del Nord giacciono quasi 1,3 milioni di tonnellate di munizioni: proiettili, razzi, siluri e chissà quanto altro ancora, tutto rimasto inesploso per decenni. Spostandosi nel vicino Mar Baltico la situazione non migliora, anzi. Lì si parla di 300 mila tonnellate di armi e altre 30 mila tonnellate di agenti chimici da guerra che continuano a inquinare i fondali. Cifre che, messe in fila, lasciano davvero senza parole.
Perché i mari sono pieni di ordigni di guerra
Come ci si è ritrovati con un simile arsenale sommerso? La risposta affonda le radici nel dopoguerra. Secondo gli studiosi, si tratta del risultato di un disarmo violento e parecchio frettoloso imposto alla Germania dalle potenze alleate al termine del secondo conflitto mondiale. A questo vanno aggiunti i naufragi e le battaglie che hanno segnato entrambe le guerre mondiali, lasciando sul fondale un’eredità pesantissima. E qui arriva l’altra brutta notizia: questi residui stanno provocando danni gravi agli ecosistemi marini, intaccando la fauna che popola quelle acque.
I pesci malati e i segnali del cancro
L’aspetto più allarmante riguarda proprio i pesci. Una giornalista ha assistito di persona all’analisi scientifica condotta su esemplari malati, contaminati dall’inquinamento generato dalle bombe inesplose e rifiuti tossici presenti nei due mari. Le immagini descritte sono di quelle che restano impresse: protuberanze rosa sui tessuti, un segnale evidente di tumore.
Il biologo marino Matthias Brenner ha raccontato il lavoro svolto a bordo della nave Heincke. Una volta rientrati, gli scienziati dell’AWI hanno sezionato i pesci ancora vivi, rimuovendone gli intestini e immergendo rapidamente i campioni, dalla bile al fegato fino a filetti e reni, in azoto liquido. Tutto questo per conservarli e procedere poi con le analisi genetiche e proteiche.
Tra i pesci piatti catturati c’erano anche delle limanda comuni, la Limanda limanda, una specie che vive sui fondali sabbiosi e fangosi del Mare del Nord e del Mar Baltico. Un pesce molto diffuso nella cucina costiera europea, apprezzato per la consistenza delicata e il sapore tenue, che raramente supera i 20 centimetri di lunghezza. Ebbene, anche qui i ricercatori hanno trovato la stessa cosa: i tessuti delle limanda comuni erano punteggiati da piccoli noduli di un colore rosa malaticcio, indicativi della presenza di un tumore nel pesce. Un dettaglio che pesa, considerando che parliamo di una specie che spesso finisce sulle tavole di chi vive lungo quelle coste.