Avere un gatto può davvero aumentare il rischio di schizofrenia? La domanda, per quanto possa sembrare bizzarra, ha trovato spazio dentro la ricerca scientifica e merita qualche precisazione, perché i titoli allarmistici rischiano di far passare un messaggio sbagliato. Il punto di partenza è una revisione che ha messo in fila diversi lavori già esistenti, cercando di capire se ci fosse un filo conduttore tra la convivenza con un felino e alcuni disturbi della mente.
Cosa dice davvero la ricerca sui gatti
Partiamo dai numeri, perché aiutano a inquadrare la faccenda. La revisione, pubblicata nel 2023, si è basata su 17 studi realizzati in 11 Paesi diversi, distribuiti lungo un arco temporale di 44 anni. Una mole di dati niente male, raccolta in contesti geografici e culturali differenti, e questo di solito è un buon segnale quando si vuole capire se un fenomeno ha una qualche consistenza oppure è solo frutto del caso.
Da tutta questa analisi è emersa un’associazione tra il possesso di un gatto e un rischio più elevato di sviluppare disturbi collegati alla schizofrenia. Detta così suona pesante, lo capiamo. Ma c’è una parola su cui vale la pena fermarsi un attimo: associazione. Non è la stessa cosa di causa.
Associazione non vuol dire causa
Qui sta il nocciolo della questione, ed è anche il motivo per cui conviene evitare conclusioni affrettate. Gli studi presi in esame hanno individuato una correlazione, sì, ma nessuno di loro ha dimostrato un vero e proprio rapporto di causa-effetto. In parole povere: il fatto che due cose si presentino insieme non significa automaticamente che una sia la causa dell’altra.
Pensiamoci un momento. Potrebbero esserci decine di fattori intermedi, condizioni che agiscono dietro le quinte e che non vengono catturate da questo tipo di analisi. La ricerca, in questa fase, si limita a segnalare un possibile collegamento, lasciando aperta la porta a indagini più approfondite. È un punto di partenza, non un verdetto.
Il legame tra gatti e salute mentale non è un tema nuovo per chi studia queste dinamiche, e ogni tanto riaffiora con risultati che fanno discutere. Quello che emerge da questa revisione è uno spunto interessante, capace di stimolare nuove domande, più che una risposta definitiva. Chi convive con un felino, insomma, non ha motivo di guardare il proprio compagno a quattro zampe con sospetto sulla base di questi dati.
Il quadro tracciato dalla revisione del 2023 resta quindi un’indicazione preliminare, un segnale che invita gli scienziati a scavare ancora, con studi pensati apposta per chiarire se dietro questa associazione statistica si nasconda qualcosa di più concreto oppure no.