Torna al centro delle tensioni tra Mosca e la Silicon Valley il caso che vede Apple nel mirino delle autorità russe, con la minaccia concreta di una sanzione fino a 52 milioni di dollari, che al cambio attuale corrispondono a circa 48 milioni di euro. L’accusa è pesante e riguarda presunte pratiche discriminatorie ai danni di motori di ricerca e software sviluppati in Russia. Il colosso di Cupertino ha davanti a sé una scadenza precisa per mettersi in regola, altrimenti rischia di pagare una cifra tutt’altro che simbolica.
A muoversi è stato il Servizio federale antimonopolio russo, che punta il dito contro quelle che definisce vere e proprie condotte scorrette. La cifra sul tavolo è di 4 miliardi di rubli, ossia i famosi 51,6 milioni di dollari. E il termine ultimo fissato per rimediare alla situazione è il 15 luglio. Superata quella data, se le presunte violazioni non verranno sanate, la multa scatterà senza troppi giri di parole.
Le app di Stato e il braccio di ferro sulle preinstallazioni
La vicenda affonda le radici in una decisione presa quasi un anno fa dal governo russo. In pratica era stata introdotta una regola che obbligava tutti gli smartphone e i tablet venduti nel Paese a uscire dalla scatola con MAX già installato, l’app di messaggistica sostenuta direttamente dallo Stato. All’inizio Apple non era finita nell’occhio del ciclone, semplicemente perché aveva sospeso le vendite ufficiali dei suoi prodotti in Russia già dal marzo del 2022, come reazione all’invasione dell’Ucraina.
Adesso però le carte in tavola sono cambiate. Mosca minaccia di colpire l’azienda con questa multa da diversi milioni a meno che non si adegui all’obbligo di preinstallazione, anche se non è affatto chiaro come la società dovrebbe concretamente rispettare questa richiesta, visto che non vende più direttamente nel Paese. Un dettaglio non da poco, che rende tutta la faccenda ancora più intricata.
La stretta arriva a pochissima distanza da un altro episodio spinoso. Poco prima, infatti, la Russia aveva chiesto spiegazioni ad Apple per aver rimosso dall’App Store americano diverse applicazioni sviluppate da VK, azienda tecnologica controllata dallo Stato. Dopo quella rimozione, un portavoce del Cremlino aveva fatto sapere che, in mancanza di chiarimenti, il Paese avrebbe dovuto trarre le dovute conclusioni sul proseguimento di qualsiasi collaborazione con l’azienda. Parole che suonano più come un avvertimento che come una semplice richiesta.
Un copione già visto in altri Paesi
Non è la prima volta che Cupertino si trova sotto la pressione di un governo intenzionato a imporre la preinstallazione di un’app di Stato. Lo scorso anno l’India aveva ordinato ai produttori di smartphone di aggiungere ai nuovi dispositivi la propria app dedicata alla sicurezza informatica, chiamata Sanchar Saathi, spingendola anche sui telefoni già in circolazione tramite aggiornamenti software. Una pretesa a cui pure Apple si era opposta, e che alla fine era stata ritirata nel giro di pochi giorni sull’onda delle proteste diffuse.
Il precedente indiano dimostra che simili imposizioni non sempre vanno a buon fine, e che la reazione dell’opinione pubblica può pesare parecchio sull’esito finale. Resta il fatto che, tra le richieste russe sulle preinstallazioni e la questione delle app di VK rimosse dallo store, la relazione tra Apple e Mosca appare sempre più tesa, con la scadenza del 15 luglio a fare da spartiacque per capire quale piega prenderanno le cose.