I chip Apple Silicon che oggi permettono a iPhone, iPad e Mac di gestire l’intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo hanno un’origine che pochi avrebbero immaginato. Non nascono da un laboratorio dedicato ai computer, ma da un’auto che non ha mai visto l’asfalto. L’Apple Car, progetto abbandonato definitivamente nel 2024, ha lasciato in eredità le tecnologie che stanno ridisegnando l’intera roadmap dei processori dell’azienda. E le conseguenze di quell’eredità sono clamorose, al punto che Apple sarebbe pronta a saltare alcuni chip per accelerare verso la generazione successiva.
L’eredità nascosta dietro il progetto Titan
Tutto parte da un obiettivo ambizioso fissato nelle prime fasi del progetto Titan. Apple voleva una vettura a guida autonoma di Livello 5, capace di muoversi senza alcun intervento umano e, nelle ipotesi iniziali, addirittura priva di volante e pedali. Una cosa simile a quello che Tesla immagina per il suo Robotaxi. Per farlo non bastavano telecamere, radar e sensori. Servivano processori in grado di elaborare in tempo reale montagne di informazioni, riconoscere persone, veicoli e ostacoli, prendere decisioni in pochi millisecondi grazie ad algoritmi di machine learning e reti neurali.
Fu così che Apple avviò una delle sue prime iniziative di intelligenza artificiale su larga scala, lavorando in parallelo sul software e su chip personalizzati capaci di reggere carichi di calcolo pesantissimi. Il processore pensato per l’automobile non venne mai completato, ma tutto quel sapere accumulato non finì nel dimenticatoio. Contribuì alla nascita del Neural Engine, la parte dei processori Apple progettata per accelerare i calcoli legati all’AI.
Già nel 2017 spuntavano le prime indiscrezioni su un chip Apple dedicato all’intelligenza artificiale, pensato per il riconoscimento di volti e voce ma anche per le automobili. Il Neural Engine debuttò proprio quell’anno con iPhone X, dove alimentava funzioni come Face ID e Animoji. Da lì in poi la sua potenza è cresciuta di generazione in generazione, fino a entrare nei chip per Mac a partire dall’M1. Oggi è quella tecnologia a far girare in locale molte funzioni di Apple Intelligence, riducendo i dati inviati ai server e migliorando velocità, consumi e privacy.
Un fallimento da 10 miliardi che continua a rendere
Sull’auto Apple ha lavorato per circa dieci anni, coinvolgendo migliaia di dipendenti, depositando centinaia di brevetti e costruendo strutture apposite. La spesa complessiva avrebbe superato i 10 miliardi di dollari, quasi 9 miliardi e mezzo di euro, prima della cancellazione. Dal punto di vista automobilistico resta un buco nell’acqua, perché la vettura non è mai stata né presentata né venduta. Sul piano tecnologico, invece, quell’investimento vive dentro ogni iPhone, iPad e Mac e nell’infrastruttura hardware su cui poggia Apple Intelligence.
Ed è qui che l’eredità presenta il conto sulla roadmap. Il nuovo ciclo partirà regolarmente con il chip M6, atteso entro la fine dell’anno, ma la sorpresa arriva subito dopo. Apple avrebbe deciso di non completare la solita famiglia composta da M6 Pro, M6 Max ed M6 Ultra, passando direttamente alla generazione M7. Una scelta senza precedenti nella storia degli Apple Silicon. In passato l’azienda aveva già rinunciato a qualche variante Ultra, ma non aveva mai interrotto l’intera evoluzione di una famiglia di processori. Il motivo? I grandi progressi previsti proprio per il Neural Engine, ritenuti abbastanza importanti da anticipare la nuova generazione invece di completare la precedente.
L’accelerazione verso M7 sarebbe solo il primo passo. Apple starebbe già lavorando alla generazione successiva, identificata con i nomi in codice Soko e Cardinal, prevista per il 2028 con un processo produttivo a 1,4 nanometri e un ulteriore salto in efficienza e prestazioni AI. Lo stesso cambio di strategia toccherà anche i Mac professionali, con il Mac Studio M7 Ultra atteso sempre nel 2028.