La diffusione dell’Alzheimer nel cervello potrebbe avere finalmente un colpevole con nome e cognome. Un gruppo di ricercatori dell’University of Utah Health ha individuato un meccanismo che spiega come la malattia riesca a spostarsi da una zona all’altra dell’encefalo, aprendo una strada che potrebbe rallentarne la corsa. Al centro di tutto c’è una proteina chiamata Arc, che in condizioni normali serve ai neuroni per comunicare tra loro ma che, a quanto pare, offre un passaggio anche a una proteina tossica ben nota agli specialisti.
La malattia di Alzheimer è segnata dall’accumulo di una proteina dannosa chiamata Tau, che danneggia le cellule cerebrali fino a ucciderle. Quando questa proteina raggiunge nuove aree del cervello, i sintomi peggiorano e la perdita di memoria diventa sempre più marcata. Fino a oggi mancava un tassello importante, ovvero il modo preciso con cui il danno passava da una cellula malata a una sana. Lo studio, pubblicato sulla rivista Cell, prova a colmare proprio questo vuoto.
Come Arc trasporta la Tau tossica
Per capire il meccanismo, i ricercatori hanno confrontato modelli di topo con e senza la proteina Arc. I risultati parlano chiaro. Arc è essenziale per spostare la Tau tossica tra i neuroni. In condizioni normali questa proteina svolge un ruolo prezioso, perché si impacchetta dentro minuscole sacche chiamate vescicole extracellulari, che viaggiano da un neurone all’altro portando segnali importanti per la cellula.
Il problema è che la Tau tossica sa sfruttare questo sistema di comunicazione naturale. Agganciandosi ad Arc dentro quelle microscopiche vescicole, riesce a passare da un neurone malato a uno sano, dove continua a diffondere la patologia. Jason Shepherd, professore di neurobiologia all’University of Utah Health e autore senior dello studio, si è detto entusiasta di aver identificato un modo potenziale per fermare la progressione della malattia.
Quando le cellule sane diventano tossiche
Ogni neurone contiene Tau, ma nell’Alzheimer questa proteina inizia ad aggregarsi in grovigli grandi e appiccicosi che intasano il sistema di trasporto interno alla cellula, fino a ucciderla. Mitali Tyagi, ricercatrice e prima autrice dello studio, li paragona a dei mostri di colla. Si incollano tra loro e bloccano i trasporti dentro il neurone, spiega la ricercatrice. Ma possono rompersi in pezzi più piccoli, chiamati semi di Tau, che poi vengono trasferiti a un nuovo neurone. E una volta che questo seme entra in contatto con la Tau sana, riesce a corromperla, facendo ripartire tutto da capo.
Nel modello murino il team ha trovato vescicole extracellulari contenenti sia Arc sia la Tau appiccicosa. Queste vescicole erano capaci di entrare nelle cellule sane e innescare la formazione di nuovi grovigli. Togliendo Arc lo scenario cambiava del tutto. I topi privi della proteina avevano vescicole con pochissima Tau e la malattia non riusciva più a diffondersi in modo efficace. Quando abbiamo rimosso Arc, il trasferimento di Tau si è ridotto in modo drastico, quasi azzerato, racconta Tyagi.
Un bersaglio nuovo per le terapie
Bloccare Arc sembrerebbe la soluzione più ovvia, ma la faccenda è più sottile. La proteina svolge anche un ruolo protettivo nelle fasi iniziali della malattia, perché aiuta i neuroni a espellere l’eccesso di Tau tossica e a sopravvivere più a lungo. Nei topi senza Arc la Tau restava intrappolata dentro le cellule già malate, che morivano più in fretta.
Per questo la strategia migliore potrebbe non essere impedire alle cellule malate di rilasciare la Tau, ma fermare quelle vescicole tossiche prima che entrino nei neuroni sani. I ricercatori hanno trovato vescicole con Arc e Tau anche in tessuto cerebrale umano, segno che lo stesso meccanismo potrebbe esistere nelle persone. Serve però ancora molto lavoro. Gran parte degli esperimenti è stata condotta sui topi, non sugli esseri umani, precisa Shepherd. Ci sono indizi che qualcosa di simile accada anche nell’uomo, ma non ne abbiamo la certezza.
L’idea più promettente resterebbe quella di intercettare le vescicole cariche di Tau dopo che lasciano i neuroni malati ma prima che raggiungano quelli sani. Un approccio del genere non riparerebbe i danni già presenti, ma potrebbe rallentare o bloccare l’avanzata della malattia. Per chi ha un Alzheimer o una demenza a esordio precoce, se riuscissimo a fermare la diffusione potremmo prevenire ulteriori danni e il declino cognitivo, conclude Shepherd.