Una scoperta destinata a riscrivere parecchie certezze sulla formazione dell’acqua arriva dritta dai laboratori italiani. A chilometri di profondità sotto la superficie terrestre, là dove il calore è estremo e le rocce sembrano completamente aride, il nostro pianeta riesce a generare acqua partendo da minerali anidri, cioè del tutto privi di umidità. Un meccanismo che fino a poco tempo fa nessuno aveva documentato in modo così chiaro e che ora apre scenari enormi, non solo per la geologia ma perfino per la ricerca di vita extraterrestre.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, è stato condotto da un team guidato dall’Università di Bologna con il supporto di ricercatori internazionali. Il cuore della questione è questo: l’idrogeno molecolare presente nel sottosuolo reagisce direttamente con i minerali anidri attraverso reazioni di ossidoriduzione. Il risultato? Si produce acqua nuova e minerali idratati, in contesti dove nessuno si aspettava di trovarli. E le conseguenze sono tutt’altro che teoriche.
Terremoti, vulcani e microscopiche oasi di vita
Quando l’acqua si forma in ambienti così profondi e aridi, le proprietà meccaniche delle rocce cambiano radicalmente. Questa improvvisa presenza di liquido funziona come una sorta di lubrificante naturale, facilitando le deformazioni rocciose e influenzando in modo diretto i movimenti sismici, quindi la nascita dei terremoti. Ma non finisce qui: l’acqua che si genera in profondità abbassa anche il punto di fusione delle rocce, favorendo la formazione dei magmi che alimentano l’attività vulcanica.
C’è però un aspetto ancora più sorprendente. Questa umidità inattesa è in grado di creare microscopiche oasi sotterranee capaci di ospitare colonie di microbi a profondità che prima venivano considerate del tutto inospitali. Ed è esattamente questo il punto che proietta la scoperta ben oltre i confini della geologia terrestre. Se un meccanismo del genere funziona sulla Terra, potrebbe verificarsi anche su altri corpi celesti. Pianeti apparentemente desertici, privi di acqua in superficie, potrebbero nascondere nelle loro profondità rocciose le condizioni giuste per sostenere forme di vita. La caccia a tracce biologiche nello spazio, insomma, potrebbe presto allargarsi a zone dell’universo finora considerate sterili.
Chi c’è dietro la ricerca
La ricerca porta il titolo “Unconventional water and hydrous mineral formation from dry minerals and H2 fluids” ed è stata coordinata da Alberto Vitale Brovarone, docente all’Università di Bologna. Al progetto hanno partecipato scienziati delle università di Milano, Padova e Napoli Federico II, insieme a istituti francesi, tedeschi, statunitensi e all’Agenzia Spaziale Europea.