La sostenibilità in Renault è diventata un cantiere enorme, fatto di plastiche riciclate, metalli recuperati dalle batterie, fabbriche ripensate e persino corsi per i vigili del fuoco. Il problema, però, è che al cliente tutto questo interessa relativamente poco. Lo ammette senza giri di parole Clea Martinet, Vice President Group Sustainability di Renault Group, che davanti alla domanda su come rendere la sostenibilità desiderabile quanto il design risponde così: “Se avessi la risposta sarei ben felice”. E aggiunge una frase che centra il punto: “Se vendessimo delle scarpe sarebbe forse diverso, ma un’auto non è un paio di scarpe”.
I dati sulla clientela del Gruppo raccontano una cosa curiosa. Chi è sensibile ai temi ambientali, appena comprata un’auto elettrica, tende a sentirsi già a posto con la coscienza. Materiali, processi industriali, riciclo e fine vita restano sullo sfondo. Secondo Martinet solo una fetta ridotta dei clienti si interessa davvero alla decarbonizzazione dei materiali o all’economia circolare che sta dietro un veicolo.
Perché allora continuare a investirci
Se oggi la sostenibilità vende poco, la domanda sorge spontanea. La risposta, nella visione del Gruppo, sta nel fatto che il suo valore non si misura solo nella capacità di convincere qualcuno in concessionaria. Serve prima di tutto a costruire automobili e un sistema industriale meno fragili: ridurre il consumo di energia e materie prime, recuperare materiali già usati, limitare la dipendenza da risorse critiche, anticipare i regolamenti futuri e rendere i veicoli più sicuri. Vantaggi spesso invisibili al momento dell’acquisto, ma che incidono su prodotto, costi e durata molto più di una percentuale di plastica riciclata. Non a caso dal 2021 la funzione guidata da Martinet è stata piazzata vicino alle decisioni su prodotti e programmi. La sostenibilità così non è un argomento da appiccicare alla comunicazione di un modello già disegnato, ma entra nelle scelte prese prima ancora che quell’auto esista.
La sostenibilità entra dentro l’auto
Qualche numero aiuta a capire. Su Renault 5 E-Tech Electric i materiali riciclati valgono il 26 per cento del peso della vettura e il 19 per cento delle plastiche. Sulla nuova Clio la quota di materiali dall’economia circolare arriva al 34 per cento, mentre Master tocca il 30,5 per cento. Dietro queste cifre c’è anche The Future Is Neutral, la società del Gruppo dedicata alla circolarità: Renault dichiara oltre 250.000 veicoli ricondizionati in cinque anni e 30.000 batterie riparate. L’idea è creare circuiti in cui ciò che esce da un’auto possa rientrare nella produzione di un’altra, senza ripartire ogni volta da materia prima vergine.
Il vantaggio per chi compra, però, non sta nella percentuale scritta su una brochure. Sta nel ridurre la dipendenza da materie prime, prezzi internazionali e filiere lontane. Martinet fa un esempio che spiega tutto: l’acciaio decarbonizzato può costare dal 15 al 20 per cento in più rispetto a quello convenzionale. Una bella differenza per un costruttore con margini intorno al 5-7 per cento. Renault prova allora a prenotare grandi volumi, negoziare in anticipo, costruire rapporti duraturi con i fornitori. La sostenibilità diventa così qualcosa di meno romantico e molto più industriale: resilienza.
Quando il vantaggio si vede davvero
C’è un terreno su cui convincere il cliente diventa molto più facile, e quel terreno è la sicurezza. Renault inserisce il programma Human First nella stessa strategia. Safety Score e Safety Coach lavorano sul comportamento del guidatore, mentre Rescue Code permette ai soccorritori di accedere, tramite un QR code sul veicolo, alle informazioni sulla sua struttura. Dopo un incidente grave sapere subito dove e come intervenire cambia tutto: secondo Martinet il sistema può dimezzare i tempi di presa in carico medica.
Poi c’è Fireman Access, nato dalla collaborazione con i vigili del fuoco, che consente di intervenire direttamente sulla batteria in caso di incendio di un veicolo elettrico. Renault parla di tempi di spegnimento fino a sei volte più rapidi e un consumo d’acqua dieci volte inferiore. Qui non serve convincere nessuno ad amare la parola sostenibilità, il vantaggio si spiega da solo. La definizione adottata dalla Casa va oltre CO2 e riciclo. Renault University accompagna i dipendenti nella trasformazione delle competenze richiesta dall’elettrificazione, mentre il programma CareMakers lavora sull’accesso alla mobilità per chi resta fuori dai normali sistemi di credito. Nel 2026 Renault indica circa 3.400 auto messe a disposizione con formule di mobilità inclusiva e una rete di circa 300 officine solidali per riparazioni a costi più accessibili.
Sul cliente Martinet non forza la mano. Oggi, ammette, probabilmente non è disposto a pagare di più per un’auto costruita in Europa con più materiali riciclati. Ma il quadro potrebbe cambiare quando ambiente, disponibilità delle risorse e indipendenza industriale finiranno per apparire come pezzi dello stesso problema. “Tra questo e un cinese fatto di materiali vergini forse sceglierà il nostro europeo”, ipotizza. Il paradosso è che il cliente può continuare a ignorare la parola sostenibilità e, nello stesso momento, scegliere proprio i vantaggi che quella parola ha contribuito a creare.


