Per due anni buoni Tesla Optimus è stato raccontato come il futuro dell’azienda, la scommessa che avrebbe cambiato tutto. Poi, durante la presentazione dei conti del secondo trimestre, Elon Musk ha cambiato registro e ha ammesso una cosa piuttosto scomoda: quel robot umanoide sarà il prodotto più difficile da fabbricare mai uscito dalle fabbriche del gruppo. Un mezzo dietrofront rispetto agli entusiasmi degli anni scorsi, quando le promesse volavano molto più in alto.
Nel 2025 Musk parlava ancora di una forbice compresa tra 50.000 e 100.000 unità di Optimus pronte per il 2026. Nelle presentazioni agli investitori compariva addirittura l’espressione “produzione di massa”, e le consegne ai primi clienti aziendali erano date per imminenti. Quella formula è sparita in sordina dalla presentazione del secondo trimestre, sostituita da toni decisamente più cauti. Durante la conference call sui risultati del 23 luglio Musk ha detto una frase che gli azionisti probabilmente non si aspettavano: sarà il prodotto più difficile da industrializzare mai realizzato in casa Tesla. E ha aggiunto di voler “calibrare bene le aspettative”, riconoscendo che la fase iniziale di crescita produttiva seguirà una curva normale, ma con una parte bassa potenzialmente più lunga del previsto.
Perché Optimus è così complicato da produrre su larga scala
Il nodo sta prima di tutto nel foglio bianco su cui Tesla sta lavorando. Optimus contiene circa 10.000 pezzi unici, e nessuno di questi esisteva prima che l’azienda si lanciasse nel progetto. Non c’è una catena di approvvigionamento già pronta su cui appoggiarsi, non ci sono fornitori specializzati capaci di consegnare milioni di attuatori e motori di precisione. Ed è esattamente qui che i concorrenti cinesi partono avvantaggiati: i loro robot attingono a piene mani dalle filiere industriali maturate in decenni di produzione di smartphone.
Unitree, AgiBot e UBTech insieme controllano oltre l’80 per cento del mercato mondiale degli umanoidi, e la Cina gestisce circa il 70 per cento della catena di fornitura globale di motori, attuatori, sensori e batterie per queste macchine. I produttori di Shenzhen hanno i componenti già a portata di mano. Tesla deve inventarli, o farli inventare da partner come Samsung e TSMC per i chip dedicati all’intelligenza artificiale.
C’è poi il muro della destrezza. Optimus deve raggiungere almeno il livello della mano umana prima di poter essere utile fuori dalle fabbriche, e come ha ricordato lo stesso Musk la mano umana è una cosa straordinaria che nessuna azienda di robotica è ancora riuscita a riprodurre davvero. Sul campo la situazione è cruda: a inizio 2026 nessun Optimus svolgeva un lavoro produttivo negli stabilimenti Tesla. Le circa 1.000 unità Gen 3 dispiegate tra Fremont e la Gigafactory del Texas raccoglievano solo dati di addestramento, punto. L’azienda ha convertito le linee di Model S e Model X a Fremont per fabbricare il robot, e vicino alla Gigafactory texana sta sorgendo un edificio dedicato, ma nessuna data di avvio in volume è stata comunicata.
Conti che non lasciano spazio all’improvvisazione
L’ammissione su Optimus arriva in un momento finanziario teso. Nel secondo trimestre del 2026 Tesla ha comunque messo a segno 28 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 26 per cento su base annua, ma l’utile per azione rettificato è sceso a 33 centesimi contro i 51 attesi dagli analisti, e l’utile operativo è calato del 57 per cento. Le spese per investimenti sono salite a quasi 6 miliardi nel solo trimestre, dentro un piano annuale da 25 miliardi che deve finanziare Optimus, i robotaxi e le infrastrutture per l’intelligenza artificiale, spingendo il free cash flow in territorio negativo a meno 1 miliardo. In pre mercato il titolo perdeva circa il 7 per cento subito dopo l’annuncio.
Questo quadro contabile tende ancora di più la corda su cui Elon Musk cammina ormai da diversi trimestri. Il suo accordo di remunerazione è legato in parte alla consegna di un milione di Optimus entro il decennio. Un obiettivo che due anni fa suonava ambizioso, e che adesso comincia a somigliare a un’equazione di tutt’altra natura. Per chi ha creduto ai robot Tesla fin dal 2025, la correzione di rotta ha avuto almeno il pregio di essere pronunciata ad alta voce.


