Ogni volta che un oggetto interstellare attraversa il nostro sistema solare, la comunità scientifica si divide tra chi vede una comune roccia spaziale e chi, invece, preferisce non escludere nulla a priori. È esattamente il caso di 3I/ATLAS, il visitatore che arriva da un’altra stella e che ha spinto un gruppo di ricercatori a chiedersi una cosa semplice ma non banale: e se non fosse solo un ammasso di ghiaccio e minerali?
A porre la domanda è stato Avi Loeb, astrofisico di Harvard e direttore fondatore della Black Hole Initiative, un nome che negli ambienti scientifici fa sempre alzare qualche sopracciglio. Non è la prima volta che si spinge dove altri preferiscono restare cauti. Insieme a lui hanno lavorato Adam Hibberd e Adam Crowl, entrambi legati all’Initiative for Interstellar Studies con sede a Londra. Il loro punto di partenza è più un ragionamento che un esperimento vero e proprio. Un esercizio mentale, se vogliamo chiamarlo così.
Cosa succederebbe se 3I/ATLAS fosse un manufatto
L’idea è tanto lineare quanto stuzzicante. I tre studiosi hanno preso i dati raccolti finora su 3I/ATLAS e li hanno riletti con una lente diversa. Non partendo dal presupposto che si tratti di una roccia, ma provando a immaginare che cosa cambierebbe se l’oggetto fosse in realtà un manufatto tecnologico. Non un sasso vagante, insomma, ma qualcosa costruito da qualcuno o qualcosa.
Il punto non è affermare che sia davvero così. È piuttosto capire quali indizi, tra quelli già osservati, sarebbero compatibili con una spiegazione del genere e quali invece la contraddirebbero. Un lavoro di probabilità, più che di certezze. Un modo per mettere alla prova le nostre stesse convinzioni, perché spesso diamo per scontato che ciò che arriva dallo spazio profondo sia per forza naturale.
Loeb è noto proprio per questo approccio. Aveva già sollevato ipotesi simili con altri corpi interstellari osservati negli anni passati, attirandosi tanto entusiasmo quanto scetticismo. La sua posizione, in fondo, non è quella di chi grida al contatto alieno a ogni occasione, ma di chi ritiene sbagliato chiudere la porta a possibilità che, pur remote, meritano di essere calcolate. E i numeri, in questo campo, contano più delle sensazioni.
L’esercizio applicato a 3I/ATLAS serve quindi a questo. Prendere le informazioni disponibili, la traiettoria, il comportamento, le caratteristiche fisiche osservabili, e chiedersi con freddezza se raccontano la storia di una roccia o se lasciano spazio a un’interpretazione alternativa. La differenza tra le due letture non è solo filosofica. Riguarda il metodo con cui la scienza affronta l’ignoto, senza scartare troppo in fretta ciò che non riesce a spiegare al primo colpo.
Resta il fatto che parlare di oggetti interstellari significa muoversi in un terreno ancora poco esplorato. Ne abbiamo intercettati pochissimi nella storia recente, e ogni nuovo passaggio è un’occasione rara per raccogliere dati preziosi. Che 3I/ATLAS sia poi una banale roccia o qualcosa di più, la questione sollevata dai ricercatori di Harvard tiene aperta una porta che molti, forse troppi, tenderebbero a chiudere in fretta.


