Un antidepressivo economico e già diffuso nelle farmacie potrebbe diventare uno dei primi trattamenti concreti contro la fatigue da long COVID, quella stanchezza profonda che per tanti pazienti non passa mai davvero. A dirlo è uno studio clinico internazionale coordinato dalla McMaster University, che ha messo alla prova la fluvoxamina, farmaco venduto con il nome commerciale Luvox e usato di solito per la depressione. I risultati, pubblicati sugli Annals of Internal Medicine, parlano di un miglioramento reale della stanchezza e della qualità della vita rispetto a chi ha ricevuto un placebo.
La cosa interessante è che non si tratta di una molecola nuova o costosa. La fluvoxamina è già ben conosciuta dai medici, si trova facilmente e costa poco. E questo, per una condizione che colpisce milioni di persone senza avere quasi alcuna terapia solida alle spalle, fa una bella differenza.
Fluvoxamina: come è stato condotto lo studio
Lo studio, chiamato REVIVE-TOGETHER, ha coinvolto 399 adulti in Brasile che soffrivano di stanchezza persistente da almeno 90 giorni dopo un’infezione confermata da SARS-CoV-2. I partecipanti sono stati divisi in modo casuale in tre gruppi. Chi ha ricevuto la fluvoxamina, chi la metformina (un comune farmaco per il diabete) e chi un placebo, per un periodo di 60 giorni.
La fluvoxamina ha fatto meglio del placebo nel ridurre la stanchezza. L’analisi statistica ha indicato una probabilità del 99 percento che il farmaco fosse più efficace del placebo, e i pazienti trattati hanno riferito anche miglioramenti nella qualità della vita su diversi fronti. La metformina, invece, non ha dato gli stessi risultati. Ricerche precedenti avevano suggerito che assumerla nelle prime fasi dell’infezione potesse ridurre il rischio di sviluppare poi il long COVID, ma in chi la stanchezza ce l’aveva già, non ha portato benefici concreti.
Le sedi cliniche si trovavano a Belo Horizonte e in tutto lo stato di Minas Gerais, con ricercatori provenienti da Canada, Brasile e Stati Uniti. Al progetto hanno collaborato istituzioni come la University of British Columbia, Stanford, Pittsburgh, Duke e Georgetown, oltre a diverse realtà brasiliane.
Un disegno dello studio pensato per essere più veloce
Un aspetto che i ricercatori sottolineano parecchio riguarda il metodo. È stato usato un disegno adattivo bayesiano, che permette di chiudere in anticipo i singoli gruppi di trattamento quando le prove diventano abbastanza chiare. In pratica si arriva a conclusioni affidabili più in fretta rispetto a uno studio tradizionale, senza però rinunciare al rigore scientifico. Secondo chi ha guidato il lavoro, questa innovazione nel disegno vale quanto i risultati stessi.
Detto questo, nessuno la presenta come una soluzione definitiva. Il long COVID riguarda tanti sintomi diversi e meccanismi biologici differenti, e la fluvoxamina sembra promettente in modo specifico sul fronte della stanchezza. Si stima che questa condizione colpisca circa 65 milioni di persone nel mondo, e finora le indicazioni mediche puntavano soprattutto su strategie di supporto, come dosare le attività quotidiane e gestire i sintomi uno per uno.
Serviranno altri studi per capire quali pazienti abbiano più probabilità di trarne beneficio, per chiarire perché il farmaco funzioni e per valutare se possa essere abbinato ad altre terapie in fase di sviluppo. Il punto, come spiegano gli autori, è che i pazienti cercano qualcosa da provare subito, e questo risultato avvicina un po’ quella possibilità. La ricerca è stata finanziata dalla The Latona Foundation.