Per settimane la questione ha girato sempre attorno allo stesso punto: Siri AI non arriva né in Spagna né nel resto dell’Unione Europea. Apple parla di privacy a rischio, Bruxelles risponde che l’azienda non ha trovato una soluzione capace di rispettare la legge. E nel mezzo restano gli utenti, ancora in attesa e senza una data precisa. Ora però la situazione si allarga, perché anche Google ha ricevuto una lettera praticamente identica.
La Commissione Europea le ha ordinato formalmente di aprire Android alle applicazioni di intelligenza artificiale della concorrenza. Con richieste che assomigliano fin troppo a quelle già rivolte ad Apple. La differenza sta nel percorso che ognuna delle due ha seguito per arrivare qui, ed è proprio quel contrasto che conviene capire prima di continuare a indicare Cupertino come l’unica ad avere un problema con l’Europa.
Google come Apple: le stesse richieste che hanno tenuto Siri AI fuori dall’Europa
La Commissione ha approvato due decisioni vincolanti in base alla Legge sui Mercati Digitali, e una di queste tocca direttamente il modo in cui Android gestisce l’intelligenza artificiale. L’obiettivo, stando al comunicato di Bruxelles, è che gli assistenti IA rivali possano competere con Gemini avendo lo stesso accesso alle funzioni del sistema operativo.
Si parla di undici funzioni che Google deve aprire a terzi. Gli assistenti concorrenti dovranno poter essere attivati con la voce, esattamente come oggi funziona il “Hey Google”, oppure da punti d’accesso come il tasto home. Dovranno poter completare attività dentro le app e tra un’app e l’altra, compresi processi che proseguono in background. Google dovrà inoltre concedere l’accesso al contesto delle applicazioni e ai sensori del dispositivo, così che questi assistenti possano anticipare le esigenze dell’utente. E dovrà cedere risorse hardware e software sufficienti, inclusi i propri modelli di IA sul dispositivo, per far girare quelle attività.
Nemmeno il calendario lascia molto spazio di manovra. Google ha un anno di tempo per applicare gran parte di queste modifiche, con scadenza fissata al 1 agosto 2027, senza contare gli eventuali ricorsi legali che la compagnia potrebbe presentare. Chi ha seguito la telenovela di Siri AI troverà tutto molto familiare: accesso vocale, azioni dentro app di terzi, contesto personale dell’utente. Sono quasi le stesse cose che la Commissione ha chiesto ad Apple per lasciar entrare il suo assistente in Europa.
Due strade opposte, stesso muro
Apple ha tentato di negoziare con Bruxelles prima di lanciare Siri AI in Europa. Aveva proposto un sistema chiamato Trusted System Agent, pensato per dare agli assistenti di terzi accesso alle stesse funzioni senza esporre tutte le informazioni sensibili dell’utente, con un periodo di transizione di diciotto mesi. La Commissione ha respinto quella proposta e ogni alternativa messa sul tavolo. Il risultato lo conosciamo: Siri AI arriva su macOS ma resta fuori da iPhone, iPad e Apple Watch in tutta l’Unione. Almeno per ora.
Google ha fatto l’esatto contrario. Invece di sedersi a trattare prima di muoversi, ha lanciato l’integrazione di Gemini su Android con normalità, rimandando a dopo la discussione sul rispetto della legge. Ha scelto di lanciare prima e adeguarsi poi, e resta da capire se questo la costringerà a tagliare funzioni lungo il tragitto. Apple invece ha preferito non lanciare nulla finché tutto non fosse chiaro dall’inizio.
Il metodo di Google, va riconosciuto, ha lasciato agli utenti la possibilità di godersi Gemini dal primo giorno. Ma l’ordine della Commissione azzera quel vantaggio. Ora l’azienda affronta lo stesso tipo di richieste che Apple provava da mesi a scansare per via negoziale. Anticiparsi non l’ha salvata dal colpo, gliel’ha solo ritardato.
Quando Apple ha spiegato perché non lanciava Siri AI in Europa, ha detto che la legge l’avrebbe obbligata a dare a qualsiasi sistema di IA un “accesso quasi illimitato ai dati di un utente”, oltre alla possibilità di agire in autonomia su quelle informazioni. Bruxelles ha ribattuto che Apple semplicemente “non era stata capace di sviluppare soluzioni di interoperabilità” all’altezza degli standard di privacy e sicurezza richiesti.
Google, dopo la decisione, ha scritto sul blog ufficiale che le richieste “rischiano di indebolire garanzie vitali di privacy e sicurezza per milioni di europei”, promettendo di difendere quello che chiama un approccio equilibrato. È praticamente lo stesso argomento usato da Apple, rivolto allo stesso regolatore e per lo stesso motivo. Due aziende che competono su quasi tutto hanno finito per ritrovarsi davanti all’unico muro che resiste a entrambe.
Se nemmeno la strategia di Google, lanciare prima e negoziare dopo, è servita a schivare le richieste che già colpivano Apple, difficile pensare che a Bruxelles ci sia molto margine di trattativa. La Commissione ha chiarito che il criterio non cambia a seconda dell’azienda che si trova davanti, e questo dice parecchio su cosa aspetta Cupertino nel suo confronto su Siri AI. Al momento Apple continua a parlare con Bruxelles dopo l’incontro di Tim Cook, mentre Google ha tempo fino ad agosto 2027 per adeguarsi a quanto le è stato appena imposto.