Dodici Stati americani, con la California in prima fila, hanno deciso di dare battaglia contro la fusione Paramount WBD, un’operazione da 111 miliardi di dollari che l’amministrazione Trump aveva già approvato il mese scorso. La causa punta a bloccare l’unione tra due colossi dell’intrattenimento, in un contenzioso che si preannuncia lungo e complicato.
La denuncia è stata depositata alla Corte distrettuale della California settentrionale e vede insieme Arizona, California, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington. Il procuratore generale californiano Rob Bonta non ha usato mezzi termini: la fusione porterebbe a prezzi più alti, qualità inferiore e meno contenuti per cinema e televisione, con danni per le sale cinematografiche, i distributori via cavo e, alla fine, per chiunque si sieda sul divano o in una poltrona del cinema. Gli Stati hanno chiesto a Warner Bros. e Paramount di non chiudere l’accordo fino al termine dell’iter giudiziario. In caso di rifiuto, la coalizione è pronta a presentare un’istanza per un ordine restrittivo temporaneo.
Un via libera che ha sorpreso perfino gli avvocati del Dipartimento di Giustizia
L’accordo unirebbe due tra i più grandi studi cinematografici e fonderebbe il servizio di streaming Paramount+ con HBO Max. In origine Netflix aveva un’intesa per acquisire le attività di streaming e cinema di WBD, ma Paramount è riuscita a ribaltare tutto con un’offerta ostile, spinta dal sostegno dell’amministrazione Trump. Il Dipartimento di Giustizia ha dato il proprio benestare il 12 giugno, sostenendo che l’operazione non avrebbe danneggiato né la concorrenza né i consumatori americani. Un’approvazione che, a quanto pare, ha colto di sorpresa gli stessi legali dell’agenzia che avevano seguito l’indagine, e che erano orientati a raccomandare una causa per fermare il tutto.
Sullo sfondo restano parecchie ombre. Il CEO di Paramount David Ellison avrebbe detto ai funzionari dell’amministrazione Trump di essere pronto a introdurre grandi cambiamenti alla CNN, da tempo bersaglio delle ire del presidente. Paramount aveva già ottenuto il via libera per comprare Skydance dopo aver accettato l’inserimento di quello che il presidente della FCC Brendan Carr aveva definito un “monitor dei pregiudizi” alla CBS. E poi c’è la questione del patteggiamento da 16 milioni di dollari raggiunto con Trump per il montaggio di un’intervista a Kamala Harris andata in onda a 60 Minutes, considerato da molti un vero e proprio scambio di favori, per quanto sia Paramount sia la FCC abbiano negato collegamenti con l’approvazione della fusione.
La promessa dei 30 film e i numeri che raccontano un’altra storia
Nella causa gli Stati sostengono che l’accordo violi il Clayton Act, la norma che vieta le fusioni capaci di ridurre in modo sostanziale la concorrenza o creare monopoli. Secondo il documento, l’operazione unirebbe due dei cinque maggiori distributori cinematografici del Paese, lasciando solo quattro soggetti a controllare oltre l’85 per cento di tutte le uscite nelle sale. Sul fronte via cavo, i numeri sono ancora più netti: due sole aziende, il gruppo nato dalla fusione e Disney, arriverebbero a gestire il 59 per cento del settore.
Le due società hanno promesso di distribuire “almeno 30 film all’anno”, ma per gli Stati si tratta di un impegno vuoto, per giunta non vincolante sul piano legale. I precedenti parlano chiaro: Warner Bros. si era impegnata a realizzare 16 film nelle sale nel 2023 e oltre 20 nel 2024, ma ne ha poi distribuiti soltanto 11 nel 2023 e nove nel 2024.
C’è poi il nodo del potere contrattuale. Un distributore che rifiutasse le richieste economiche della nuova società rischierebbe di perdere pezzi pesanti del proprio catalogo: CNN per chi cerca l’informazione, Nickelodeon e Cartoon Network per le famiglie, HGTV e Food Network per il pubblico lifestyle, TNT e TBS per sport e intrattenimento. Sotto questa minaccia, i distributori sarebbero probabilmente costretti ad accettare tariffe più alte, che finirebbero per scaricarsi sugli abbonati attraverso bollette mensili più salate.
John Bergmayer, direttore legale del gruppo Public Knowledge, ha commentato che i procuratori generali degli Stati stanno facendo il lavoro che il Dipartimento di Giustizia si è rifiutato di fare. Secondo lui la fusione darebbe a una sola azienda troppo potere su cosa viene prodotto, cosa possono mostrare le sale, quanto devono pagare i distributori e cosa il pubblico finisce per vedere e pagare. Il risultato, ha detto, sarebbe meno film, condizioni peggiori per i cinema, biglietti più cari, bollette via cavo più alte e meno investimenti nella programmazione. Intanto, secondo alcune indiscrezioni, Paramount starebbe valutando di spostare il proprio quartier generale fuori dalla California proprio in risposta ai tentativi dello Stato di bloccare l’operazione.