Quando si parla di moderazione su X (Twitter), si finisce quasi sempre a discutere di censura, ban e regole imposte dall’alto. Eppure un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford ha provato a guardare la cosa da un’altra angolazione, arrivando a una conclusione tanto semplice quanto spiazzante. Per rendere più vivibile la piattaforma, forse, non serve tanto rimuovere i contenuti quanto decidere in che ordine mostrarli.
Il contesto lo conosciamo un po’ tutti. Da quando Elon Musk ha preso il timone del social, oltre al cambio di nome da Twitter a X e ai tagli pesanti sul personale, sono crollati anche gli strumenti dedicati proprio alla moderazione. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque apra l’app: razzismo, insulti, post che soffiano sull’odio e parecchio altro. Un problema che ormai riconosce apertamente anche la stessa piattaforma.
Come funziona FeedMonitor e cosa ha scoperto lo studio
L’estensione per browser messa a punto dai ricercatori si chiama FeedMonitor e, va detto subito, non è mai finita sul Chrome Web Store o su store simili. Ne è stato pubblicato il codice sorgente, ma il suo scopo principale era un altro: alimentare uno studio poi apparso sulla rivista scientifica Science. La tesi di fondo è che basti cambiare l’ordine con cui compaiono i post per modificare il clima della discussione e migliorare il modo in cui le persone percepiscono chi la pensa diversamente. Tutto questo, ed è il punto interessante, senza cancellare nulla.
Nella pratica funziona così. L’estensione gira solo su Twitter e sfrutta un algoritmo di intelligenza artificiale che passa al setaccio ogni post presente nel feed di un utente. Individua quelli che spingono su atteggiamenti estremi, inviti alla violenza o richieste di punizioni contro gli avversari politici, e li riordina in tempo reale. Ad alcuni partecipanti questi contenuti più accesi venivano mostrati più spesso e piazzati in cima. Ad altri, invece, finivano in fondo, riducendo di parecchio l’esposizione.
Lo studio ha coinvolto poco più di 1.200 utenti del social, nei mesi immediatamente precedenti alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024. Un periodo, insomma, in cui i toni online tendono a scaldarsi non poco. L’idea era proprio quella di capire se una diversa gerarchia dei contenuti potesse abbassare la temperatura del dibattito, senza toccare la libertà di pubblicare.
Ciò che emerge è che il semplice fatto di spostare più in basso i post polarizzanti cambia la percezione degli utenti verso le opinioni opposte. Non si tratta di far sparire le voci scomode, ma di dare loro un peso diverso all’interno del flusso che scorre sullo schermo. Un approccio che ribalta l’idea comune secondo cui l’unica arma contro l’odio online sia il taglio netto dei contenuti.
Il lavoro dei ricercatori di Stanford, del resto, arriva in un momento in cui il tema della gestione dei contenuti su X resta caldissimo. La differenza sta tutta nel metodo. Invece di puntare sul cosa rimuovere, l’attenzione si sposta sul come organizzare, lasciando all’algoritmo il compito di alleggerire il feed dai messaggi più tossici senza imporre alcuna forma di censura.