General Motors ha deciso di alzare parecchio l’asticella con i suoi fornitori principali, e la parola d’ordine è una sola, automazione. Il costruttore americano vuole che le aziende che gli forniscono componenti diventino altamente robotizzate, spingendo forte su robotica e intelligenza artificiale per ripensare da zero il modo in cui i pezzi vengono costruiti. L’obiettivo dichiarato è creare una catena di fornitura definita “resiliente e di livello mondiale”, anche se il prezzo da pagare potrebbe essere pesante in termini di posti di lavoro umani.
Il meccanismo è partito a marzo, quando GM ha iniziato a spedire un questionario ai suoi fornitori nell’ambito del lancio dell’Overall Automation Maturity Index, sigla OAMI. L’idea di fondo è semplice. I fornitori devono passare al setaccio le proprie linee produttive e assegnarsi un punteggio in base al livello di robotizzazione, seguendo una lista di criteri fornita direttamente da GM. La valutazione copre tutto il processo, dall’acquisto delle materie prime fino alla produzione e alla consegna finale. E in alcuni casi GM manda pure i suoi ispettori a controllare gli stabilimenti di persona.
GM: cinque livelli e un traguardo bello alto
I gradi di automazione previsti sono cinque. Si comincia dal lavoro manuale e si sale passando per la meccanizzazione di base, la semiautomazione, l’automazione integrata e infine la cosiddetta smart factory con automazione adattiva. Qui arriva la parte spinosa: il target chiesto ai fornitori è un 4,5 su 5. Diversi dirigenti hanno raccontato che, sebbene GM non abbia fissato una scadenza precisa, l’aspettativa è chiara. O ci si avvicina a quel numero oppure il rischio è perdere le commesse future.
E non si tratta di scenari campati per aria. Da poco sono arrivati circa 50 cobot Fanuc alla Factory Zero di Detroit, lo stabilimento dove oltre 1.000 lavoratori restano in cassa integrazione. Il sindacato UAW è su tutte le furie. Il presidente Shawn Fain ha definito l’intelligenza artificiale e l’automazione di massa una minaccia enorme, arrivando a descrivere questo passaggio come una vera e propria lotta per l’umanità.
GM continua a ripetere che non si tratta di un obbligo e che nessuna scadenza è stata imposta. Ma tra i fornitori serpeggia il timore che chi non centra gli standard rischi di rimanere fuori dai giochi. Il costruttore, dal canto suo, insiste sul fatto di voler dare una mano.
La parola all’azienda e i dubbi che restano
“In definitiva siamo qui per collaborare con i fornitori e aiutarli a fissare parametri di riferimento e ad aumentare produttività, sicurezza, qualità e competitività”, ha dichiarato Patrick Sullivan, portavoce di GM. “Sono i nostri fornitori a decidere come gestire al meglio le proprie attività, e noi cerchiamo di lavorare al fianco di chi condivide il nostro impegno nel migliorare continuamente il modo in cui consegniamo veicoli della massima qualità ai nostri clienti”.
Il problema è che mettere mano a cambiamenti così radicali non è affatto banale per molte di queste aziende. Le preoccupazioni riguardano soprattutto i costi, chi mette i soldi e come vengono spartiti gli eventuali risparmi con GM. C’è poi chi si chiede se questa spinta non finisca per infilare l’automazione anche dove non serve davvero.
Per arrivare al voto massimo, il 5, un fornitore dovrebbe avere pochissimi operai impegnati fisicamente nel montaggio dei pezzi. Gli umani, in pratica, resterebbero lì soprattutto come supervisori, pianificatori strategici e gestori delle eccezioni, con un coinvolgimento diretto ridotto al minimo. Un segnale piuttosto eloquente di dove sta andando il vento, con robot e macchine pronti a prendersi milioni di posti di lavoro in diversi settori.