Il riconoscimento facciale degli occhiali smart di Meta non era poi così lontano come l’azienda lasciava intendere. Un’indagine ha portato alla luce qualcosa che fa storcere il naso: il codice che alimenta questa tecnologia sarebbe stato infilato, poco alla volta, dentro l’app Meta AI, quella scaricata su milioni di telefoni in giro per il mondo. Il sistema, ribattezzato internamente NameTag, potrebbe trasformare chi indossa i Ray-Ban Meta in un tassello di una rete di sorveglianza diffusa.
Il codice è stato aggiunto in modo graduale, aggiornamento dopo aggiornamento, nel corso del 2026. E qui si apre il vero punto dolente: mentre pubblicamente Meta parlava del riconoscimento facciale come di un’ipotesi ancora “in fase di riflessione”, i pezzi fondamentali del sistema erano già finiti sui telefoni delle persone. Una distanza tra le parole e i fatti che lascia parecchi dubbi sulle reali intenzioni dell’azienda di Menlo Park.
Come funziona NameTag tra faceprint e notifiche in tempo reale
Il meccanismo, a spiegarlo, è semplice. Le sue conseguenze molto meno. Quando il sistema è attivo, trasforma i volti ripresi dalla fotocamera degli occhiali in firme biometriche uniche, i cosiddetti faceprint. Queste impronte facciali vengono poi confrontate con un database salvato sullo smartphone dell’utente, aggiornato direttamente dai server di Meta.
Se un volto risulta già presente nel database, arriva una notifica in tempo reale. I volti sconosciuti, invece, vengono ritagliati, indicizzati e archiviati in una cartella etichettata come “in attesa”. A far girare tutto questo ci sono tre modelli di intelligenza artificiale, già distribuiti sui telefoni: uno individua i volti, uno li ritaglia, un terzo li traduce in dati biometrici.
A rendere il quadro ancora più pesante c’è un dato di scala. L’app Meta AI è stata scaricata oltre 50 milioni di volte ed è necessaria per usare le funzioni principali degli occhiali smart, compresi i modelli Ray-Ban e Oakley. Tradotto: chi ha questi dispositivi quasi certamente ha già l’app sul telefono.
I ricercatori che hanno esaminato il codice non hanno usato giri di parole. “La funzionalità non è ancora esposta ai consumatori ma sembra quasi pronta per il lancio”, ha detto Cooper Quintin della Electronic Frontier Foundation. “Nonostante i miliardi di motivi per non farlo, Meta sembra aver creato la capacità di trasformare i propri clienti in una macchina di sorveglianza distribuita”. Un secondo ricercatore, sotto lo pseudonimo Buchodi, ha messo alla prova il sistema caricando un singolo faceprint preso da una foto del filosofo Michel Foucault. Risultato: l’app ha sputato fuori una notifica, “Persona riconosciuta”.
Una tecnologia archiviata nel 2021 e mai davvero abbandonata
NameTag riporta in vita qualcosa che Meta aveva dichiarato di aver chiuso per sempre nel 2021, quando annunciò la cancellazione di oltre un miliardo di faceprint degli utenti di Facebook. La scelta arrivava dopo anni di polemiche sul tagging automatico delle foto, e le conseguenze legali erano state salatissime: 650 milioni di dollari (circa 600 milioni di euro) per chiudere una class action in Illinois, un accordo da 1,4 miliardi di dollari (circa 1,3 miliardi di euro) con il Texas nel 2024, e prima ancora 5 miliardi di dollari (poco più di 4,6 miliardi di euro) pagati alla Federal Trade Commission nel 2019.
Eppure quella mossa non era mai stata vista internamente come una rinuncia definitiva. “C’era sempre questa tensione del tipo: quando rilanciamo il riconoscimento facciale?”, ha raccontato Joseph Jerome, ex funzionario delle policy di Meta Reality Labs. Ad aprile, oltre 70 gruppi di advocacy, tra cui l’American Civil Liberties Union e Fight for the Future, avevano chiesto a Meta di lasciar perdere NameTag, avvertendo che avrebbe potuto trasformarsi in uno strumento per stalker e molestatori intenzionati a identificare sconosciuti in pubblico.
La privacy, su questo terreno, resta il nodo più spinoso. Documenti interni avevano mostrato che l’azienda puntava a lanciare la funzione durante un “ambiente politico dinamico”, quando i suoi critici sarebbero stati distratti da altro. Interpellata sulla scoperta, Meta ha minimizzato. “I fatti sono semplici: abbiamo detto prima che stiamo esplorando questo tipo di funzionalità, e quello che state vedendo è solo evidenza di questa esplorazione”, ha dichiarato il portavoce Ryan Daniels. “Nulla è stato distribuito ai consumatori e nessuna decisione finale è stata presa”. E ha aggiunto un punto preciso: “Non stiamo costruendo un database facciale centralizzato”.
L’analisi del codice, però, racconta un’altra storia. Il sistema NameTag, allo stato attuale, è progettato per scaricare i faceprint dai server di Meta e salvarli sui dispositivi degli utenti. Woodrow Hartzog, professore di diritto della privacy alla Boston University, sostiene che persino una protezione opt-in, se mai Meta dovesse offrirla, sarebbe insufficiente: il consenso, spiega, finisce spesso per essere legato a un lavoro, un beneficio o l’accesso a un servizio, e inquadrare la privacy come scelta personale conviene soprattutto alle aziende. Una versione dell’app di maggio ha intanto ribattezzato la funzione per gli utenti come “Connections”, con l’invito a “ricordare le persone che hai incontrato”. Chi finirà davvero in quel database, come verranno costruiti quei profili e quante persone potranno essere identificate, per ora non è dato saperlo.