La nuova pubblicità Apple dedicata alla privacy su iPhone ha fatto storcere il naso a parecchi, e non per il messaggio sulla protezione dei dati. Nel video intitolato “Privacy su iPhone: Safari aiuta a bloccare i tracker di dati”, gli smartphone Android della concorrenza vengono mostrati come non sono mai stati nella realtà: spessi, con cornici enormi attorno allo schermo, la fotocamera frontale infilata dentro un buco grossolano. Niente curve, niente eleganza. Più che dispositivi del 2026, sembrano reperti di un’altra epoca.
Il senso del filmato è limpido: iPhone è bello e attento alla privacy, gli altri sono brutti e ficcanaso. Solo che la caricatura è talmente sopra le righe da ribaltarsi addosso a chi l’ha pensata.
Cosa racconta davvero lo spot
Il video dura circa un minuto e spinge su Safari come browser che difende i dati personali, tra blocco dei tracker, mascheramento dell’indirizzo IP e protezione contro il tracciamento da un sito all’altro. “Safari vi protegge dai tracker di dati. È un browser che rispetta la vostra privacy”, recita Apple.
E qui va detta una cosa onesta: la parte su Safari regge benissimo. Apple ha investito sulla protezione dei dati più di tanti rivali, e l’Intelligent Tracking Prevention blocca i cookie di terze parti da anni, ben prima che Chrome si decidesse a fare lo stesso. Su questo, poco da obiettare.
Il problema è un altro. Il cuore della pubblicità non è Safari, è il confronto visivo. Gli smartphone Android, il sistema operativo di Google non viene mai citato per nome, finiscono rappresentati come oggetti grotteschi che non somigliano a nessun telefono uscito sul mercato. Nemmeno i Samsung di fascia bassa di dieci anni fa avevano quell’aria lì.
Ed è proprio questo che fa pensare. Se il design degli Android fosse davvero così indietro rispetto a quello degli iPhone, Apple non avrebbe bisogno di inventarsi telefoni finti per dimostrarlo. Le basterebbe mostrare quelli veri. Il fatto stesso di doverli caricaturizzare suggerisce l’opposto: quando la differenza è lampante, la caricatura non serve.
La privacy usata come arma di marketing
Non è la prima volta che Apple trasforma la privacy in una leva competitiva. E la strategia funziona perché poggia su una differenza concreta: iOS protegge i dati degli utenti meglio di Android in diversi scenari, questo è un fatto. Il guaio nasce quando un messaggio legittimo viene impacchettato con una rappresentazione caricaturale del rivale. Il risultato è uno spot che finisce per raccontare più l’insicurezza di Apple che la bontà dei suoi prodotti.
Ci sono dispositivi come Samsung Galaxy S25 Ultra, Google Pixel 10 Pro e OnePlus 13 che se la giocano testa a testa con iPhone, e in casa Cupertino lo sanno benissimo. Decidere di ignorarli per sostituirli con figure volutamente brutte e datate non è una semplice licenza creativa. È il modo di vincere una partita evitando di giocarla sul serio.