AV2, il nuovo codec video di AOMedia, rischia di farsi attendere parecchio prima di prendere davvero piede. Il motivo è tutt’altro che banale: pur promettendo una compressione migliore rispetto all’attuale AV1, questo standard chiede una potenza di calcolo così alta da rendere complicata la sua diffusione su vasta scala nel breve periodo.
Cosa offre AV2 e dove sta il problema
Andiamo con ordine. Il nuovo codec, introdotto nel 2023 e finito sempre più al centro delle discussioni nell’ultimo anno, punta a un obiettivo preciso: ridurre il bitrate a parità di qualità visiva. Si parla di un taglio compreso tra il 30 e il 34 per cento, una cifra niente male se pensiamo a quanto pesa la distribuzione di contenuti video oggi. Sulla carta sembra l’evoluzione naturale di AV1, quel salto in avanti che molti aspettavano.
Il guaio arriva quando si guarda al prezzo da pagare in termini di prestazioni. La complessità di AV2 è enorme, e questo si traduce in un peso computazionale che pochi dispositivi attuali riescono a reggere senza problemi. Le prime stime parlano chiaro: passare dalla decodifica di AV1 a quella di AV2 può risultare fino a 5 volte più complesso. Un balzo del genere significa richiedere risorse hardware che, semplicemente, oggi non sono ancora distribuite a sufficienza tra gli utenti.
Perché la diffusione sarà lenta
Qui entra in gioco un meccanismo già visto in passato. Come accaduto con AV1, prima che il nuovo standard possa diffondersi davvero serve un mercato pieno di dispositivi capaci di gestire la decodifica tramite hardware dedicato. Senza un chip pensato appositamente per questo lavoro, far girare AV2 diventa troppo oneroso, e il risultato è che l’adozione di massa slitta in avanti. Non è una questione di mesi, ma di anni di transizione, durante i quali produttori e piattaforme devono allinearsi.
Nonostante questo ostacolo, l’interesse non manca. Realtà come Netflix stanno già guardando con attenzione a questa soluzione, e il motivo è facile da intuire. Un bitrate più basso vuol dire meno banda necessaria per distribuire gli stessi contenuti, mantenendo invariato il livello qualitativo. Tradotto: costi più bassi per chi gestisce lo streaming e, allo stesso tempo, la possibilità di offrire video di qualità superiore senza pesare di più sulla connessione di chi guarda.
Il punto resta quel costo prestazionale ancora troppo elevato. Finché l’hardware non sarà pronto a gestire la complessità di AV2 senza sforzi eccessivi, lo standard più diffuso continuerà a essere AV1. La promessa di una compressione migliore c’è, è concreta, ma per ora rimane sulla carta più che nella pratica quotidiana di chi guarda film e serie in streaming.