L’IA potrebbe arrivare a divorare, entro il 2030, quantità di acqua ed energia paragonabili al fabbisogno di intere regioni del pianeta. È questo lo scenario che emerge da un allarme lanciato dalle Nazioni Unite, e che mette nero su bianco una questione finora rimasta troppo spesso ai margini del dibattito sull’innovazione tecnologica.
Per anni l’attenzione si è concentrata su un altro fronte: come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando interi settori economici, dal lavoro alla sanità, passando per la finanza e la creatività. Di questo si è discusso tanto, e a ragione. Ma c’è un risvolto meno raccontato, eppure sempre più difficile da mettere da parte, ed è quello ambientale.
Quando la tecnologia ha sete
Il punto è semplice da capire, anche per chi non mastica numeri e statistiche. I sistemi che alimentano l’intelligenza artificiale hanno bisogno di enormi data center, e questi centri di calcolo non funzionano da soli. Servono energia per farli girare e acqua per raffreddarli. Tanta energia, tanta acqua. E man mano che la tecnologia cresce, in modo che gli esperti definiscono esponenziale, cresce anche la fame di risorse che porta con sé.
Il problema dei consumi idrici è forse il più sottovalutato di tutti. Raffreddare le macchine che lavorano giorno e notte richiede volumi d’acqua impressionanti, e in alcune zone del mondo questo significa entrare in competizione diretta con i bisogni primari delle persone. Acqua che potrebbe servire per bere, per coltivare, per vivere.
Una bolletta ambientale che non torna
L’allarme dell’ONU punta proprio su questo: entro il 2030, se la corsa non viene gestita con criterio, il conto rischia di diventare salatissimo. Si parla di risorse pari a quelle necessarie per soddisfare i bisogni di miliardi di persone. Un’enormità, se ci si ferma un attimo a rifletterci.
Il nodo dell’impatto ambientale non riguarda solo l’acqua. C’è anche la questione energetica, con un consumo elettrico che lievita di pari passo con la diffusione dei modelli di intelligenza artificiale. Ogni richiesta, ogni elaborazione, ogni risposta generata da questi sistemi ha un costo che spesso resta invisibile a chi sta dall’altra parte dello schermo, ma che pesa eccome sul bilancio energetico globale.
Il rischio, insomma, è quello di trovarsi davanti a una crescita tecnologica che procede a una velocità tale da rendere insostenibili i suoi stessi presupposti. Non si tratta di demonizzare l’innovazione, sia chiaro, ma di guardare in faccia un problema concreto prima che diventi ingestibile.