Google ha deciso di rispondere alle critiche sul consumo idrico dei suoi data center con una promessa precisa: restituire più acqua di quanta ne usi nei propri impianti entro il 2030. Negli ultimi mesi il tema del consumo di acqua legato all’IA è diventato un nervo scoperto per molte comunità locali, e l’azienda ha provato a mettere qualche carta sul tavolo per smorzare le polemiche.
Il punto è semplice da capire. I data center AI consumano enormi quantità d’acqua per raffreddare l’hardware che fa girare i modelli, e Google non fa eccezione. L’azienda continua a sostenere che l’impatto di questi impianti sul consumo idrico negli Stati Uniti sia “piccolo”. Allo stesso tempo però dice di voler concentrarsi sulla protezione delle risorse idriche locali in ogni aspetto delle proprie operazioni. Da qui nasce l’espansione dei suoi programmi di “gestione dell’acqua”, con cinque nuovi impegni concreti.
Cosa promette davvero Google sull’acqua
Il primo impegno è quello che ha fatto più rumore. Ovvero reintegrare più acqua di quella consumata nei propri siti entro il 2030. Per farlo, la società investe in progetti di ripristino che dovrebbero migliorare la sicurezza idrica un po’ per tutti. Nel 2025 Google dice di aver reintegrato oltre 7 miliardi di galloni d’acqua. Una quantità che equivale grosso modo al consumo annuo di 70.000 famiglie americane medie. Al momento ci sono 165 progetti di gestione idrica distribuiti su 97 bacini diversi.
Una volta che questi progetti saranno pienamente operativi, l’azienda stima di poter reintegrare oltre 19 miliardi di galloni d’acqua all’anno entro il 2030. Più del doppio rispetto a quanto consumato nel 2024, abbastanza per rifornire l’intera città di Los Angeles per oltre 40 giorni. E non si tratta solo di numeri sui volumi: molti di questi interventi puntano anche a migliorare la salute complessiva dei bacini, compresa la qualità dell’acqua.
C’è poi la parte sulle infrastrutture idriche. Le utility che gestiscono l’acqua sono spesso sottofinanziate, e Google dice di voler aiutare ad aggiornarle. Oltre a pagare l’acqua che usa, finora l’azienda ha impegnato più di 500 milioni di dollari (circa 460 milioni di euro) per lo sviluppo di infrastrutture per acqua, acque reflue e riutilizzo idrico, oltre che per i partner che distribuiscono l’acqua nelle comunità dove sorgono i data center. Si va dal potenziamento delle riserve locali al rilevamento delle tubature che perdono.
Raffreddamento ad aria e acque riciclate
Per i bacini più a rischio, l’azienda promette di usare soluzioni di raffreddamento ad aria. Prima di costruire un nuovo impianto, Google valuta lo stato dei bacini locali con un metodo basato sui dati, e considera il raffreddamento ad acqua solo se le risorse sono in buona salute. Quando invece la fonte è ad alto rischio, la scelta ricade sull’aria o sull’acqua riciclata.
Restano due impegni. Il primo riguarda la trasparenza: Google è stata la prima grande azienda cloud a pubblicare i propri consumi idrici annuali per i data center, e dice che continuerà a farlo. Il secondo è la ricerca di alternative e soluzioni di riuso, come le acque reflue trattate. Un esempio concreto arriva dalla contea di Douglas, in Georgia, dove l’azienda ha collaborato con l’autorità locale per riutilizzare le acque reflue depurate nel raffreddamento del proprio campus.
In un documento collegato, Google afferma che entro il 2030 reintegrerà il 120% dell’acqua usata nei suoi siti. A questo si aggiungono 17 milioni di dollari (circa 15,6 milioni di euro) destinati a nuovi progetti di gestione idrica in Georgia, Iowa, Michigan, Minnesota, Missouri, Nebraska e Texas, oltre ai 165 progetti già attivi negli Stati Uniti.