Il tema della AI nelle aziende italiane continua a generare numeri interessanti, ma anche contraddizioni piuttosto evidenti. Nove imprese su dieci nel nostro Paese dichiarano di aspettarsi che l’intelligenza artificiale acceleri la crescita nei prossimi dodici mesi. Eppure, quasi sei su dieci la utilizzano ancora in modo basilare, limitandosi a chatbot pubblici o soluzioni preconfezionate. Questo è il quadro che emerge dal report “Unlocking Italy’s AI Potential”, pubblicato da Amazon Web Services e commissionato a Strand Partners: un’adozione in crescita, sì, ma frenata da competenze insufficienti, budget risicati e una complessità normativa che pesa eccome.
I numeri, a dirla tutta, non sono tutti negativi. Circa il 40% delle imprese italiane utilizza strumenti di AI, con un incremento del 33% rispetto all’anno precedente. Tra le PMI, la quota si attesta al 38%. E qualche beneficio concreto già si vede: il 66% delle aziende intervistate segnala un aumento della produttività, mentre il 72% afferma di aver ridotto i tempi di innovazione negli ultimi due anni. Tra le startup, poi, quel dato schizza all’88%. Numeri che fanno ben sperare, almeno sulla carta.
Un uso ancora troppo superficiale della tecnologia
Però la crescita dell’adozione non equivale a un uso davvero maturo. Solo il 24% delle aziende ha raggiunto un livello intermedio, integrando l’AI in diverse funzioni aziendali con risultati misurabili su efficienza e innovazione. E appena il 13% è arrivato alla fase più avanzata, quella che prevede sistemi evoluti, soluzioni personalizzate e AI autonoma o agentica. Parliamo di un leggero miglioramento rispetto all’11% dell’anno scorso, certo, ma il confronto con la media europea del 22% racconta un ritardo ancora significativo. C’è anche un altro segnale poco incoraggiante: le aziende che lanciano nuovi prodotti e servizi basati sull’AI sono scese dal 40% del 2025 al 34% di quest’anno.
Un capitolo a parte meritano le startup italiane. Pur essendo tra le realtà più avanti nell’adozione di soluzioni AI di nuova generazione, molte faticano nel percorso di crescita. Il 34% valuta addirittura la possibilità di lasciare l’Europa per accelerare lo sviluppo. Le motivazioni principali? L’accesso a maggiori finanziamenti, indicato dal 52%, una migliore capacità di espansione internazionale secondo il 48%, e un supporto più strutturato attraverso incubatori, acceleratori e partnership, citato dal 40%.
Il nodo delle competenze e dei budget dedicati
C’è poi la questione della complessità normativa. Le aziende attive su più mercati devono fare i conti con regolamenti e processi di conformità che incidono pesantemente su tempi e costi. Il 34% della spesa tecnologica delle imprese italiane finisce proprio nella conformità normativa, in aumento rispetto al 30% dell’anno precedente. A livello europeo la quota arriva al 42%.
Ma il vero tallone d’Achille resta la mancanza di competenze. Il 48% delle imprese italiane dichiara di non avere figure con preparazione adeguata su AI e digitale, mentre il 43% ammette che la formazione dei dipendenti su questi temi è ancora indietro. Solo il 18% ritiene di possedere basi solide sull’intelligenza artificiale; il 52% riconosce di avere ancora parecchia strada da fare.
E poi ci sono i soldi, che non bastano quasi mai. Il 40% delle aziende italiane non dispone di fondi dedicati all’AI, e questo rende complicato superare la fase dei test o dei progetti pilota. Il 26% indica proprio la mancanza di risorse economiche come ostacolo concreto, anche se l’86% prevede che nei prossimi anni l’intelligenza artificiale peserà sempre più sulla spesa IT. Da qui il richiamo di AWS a investire con maggiore continuità, soprattutto su formazione digitale e adozione dell’AI. In Italia, il gruppo conferma il programma “Amazon Future Engineer”, con l’obiettivo di formare 200.000 studenti italiani in ambito STEM entro il 2026.
