Il futuro dei robot umanoidi nel mondo del lavoro è uno dei temi più discussi degli ultimi anni, e le ragioni sono evidenti. La ricerca robotica ha fatto passi enormi: automi che si muovono con precisione crescente, trasportano carichi pesantissimi, comprendono il linguaggio umano, riconoscono movimenti e parlano con chi hanno davanti. Le applicazioni spaziano dalle fabbriche, dove svolgono compiti ripetitivi e rischiosi, fino all’assistenza di anziani e pazienti in strutture di ricovero. L’ultimo esempio è Alter-Ego, sviluppato da Irccs Maugeri Milano, dall’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e dall’Università di Pisa: un robot umanoide pensato per affiancare i clinici nell’assistenza di persone con patologie neurologiche. Insomma, i robot umanoidi sono già tra noi. Ma questo non significa affatto che ci sostituiranno.
Il punto è stato al centro dell’ultima International Conference on Robots and Systems (Iros), tenutasi in Cina, i cui risultati sono appena stati pubblicati sulle pagine della rivista Science Robotics. E quello che emerge dalle voci degli esperti del settore è piuttosto chiaro: circa il 90% dei ricercatori concorda sul fatto che i robot umanoidi non rimpiazzeranno gli esseri umani nei posti di lavoro almeno da qui al 2050. Anzi, se gli umanoidi prenderanno piede, è più probabile che si assista a una proliferazione di nuovi posti di lavoro, piuttosto che alla loro scomparsa.
Perché i robot umanoidi difficilmente ci rimpiazzeranno
Andra Keay della Silicon Valley Robotics è convinta che l’ingresso dei robot nel mondo del lavoro riguarderà soprattutto posizioni che oggi di fatto non esistono, non sono occupate o non interessano agli esseri umani. La rivoluzione portata dagli umanoidi, un po’ come è successo con l’elettricità o internet, non cambierà sostanzialmente i livelli di occupazione. Keay aggiunge anche un dettaglio che spesso sfugge: la produzione su larga scala di robot umanoidi creerà essa stessa nuovi posti di lavoro, anche immaginando fabbriche fortemente automatizzate.
Per Yu Sun della University of Toronto, i prossimi anni renderanno sì gli umanoidi sempre più efficienti e sicuri, grazie a modelli di apprendimento automatico, muscoli artificiali e sensori sempre più evoluti. Però difficilmente tutto questo basterà a dar loro la capacità di comprendere situazioni complesse e prendere decisioni in autonomia. In quei contesti la direzione umana resterà fondamentale. E poi c’è un aspetto che può sembrare ovvio ma vale la pena ribadirlo: dal punto di vista di emozioni e creatività, i robot rimarranno sempre indietro rispetto alle capacità umane. Lo sottolinea Yi Guo dello Stevens Institute of Technology, spiegando che in tutte quelle attività dove empatia e vicinanza sono essenziali, dalla cucina all’assistenza di persone fragili, i robot umanoidi non soppianteranno nessuno.
Affiancare, non sostituire: la vera direzione dello sviluppo
Anche tra chi ritiene che gli umanoidi diventeranno via via più presenti in ogni ambito lavorativo, nessuno parla davvero di sostituzione. Si parla piuttosto di affiancamento. Tamir Asfour del Karlsruhe Institute of Technology immagina un percorso graduale: prima i magazzini, le fabbriche, l’assistenza per anziani, poi le vendite, le consegne e infine l’edilizia. Ma precisa: “Immagino un futuro in cui gli umanoidi assistono e potenziano gli esseri umani, piuttosto che semplicemente sostituirli”.
Huichan Zhao della Tsinghua University è sulla stessa linea e parla di collaborazione come scenario molto più probabile e vantaggioso. Zhao ricorda anche che oggi lo sviluppo dei robot umanoidi è ancora economicamente proibitivo e i robot stessi durano troppo poco per immaginarne una diffusione su larga scala. A questo si aggiungono limiti tecnici concreti: la capacità di manipolazione fine è migliorata, ma è ancora lontanissima da quella umana, e un singolo umanoide fatica a svolgere più mansioni in contesti diversi, come farebbe una persona.
Ostacoli psicologici
C’è infine un aspetto che spesso viene trascurato, e lo mette in evidenza l’italiano Stefano Puntoni della Wharton School della University of Pennsylvania. È sempre essenziale valutare il punto di vista dei potenziali utenti nello sviluppo di nuove tecnologie robotiche. “Il rischio di ignorare questi fattori dal lato della domanda è che le aziende investano tempo e capitale in innovazioni che poi faticano ad avere una ampia accettazione da parte dei potenziali clienti”.
Puntoni si riferisce a quegli ostacoli psicologici che, a prescindere da quanto sia bravo un robot umanoide a svolgere un’azione, impediscono che venga effettivamente utilizzato nella pratica. Se un robot è chiamato a svolgere un’attività che ci reca piacere, difficilmente lo sceglieremo come sostituto. Ma dipende anche dal contesto: a casa o al lavoro le cose cambiano. Puntoni fa l’esempio delle biciclette a pedalata assistita, che piacciono di più per andare al lavoro che per il tempo libero. Non si parla di umanoidi, ma il senso è lo stesso.
