C’è stato un momento, mentre uscivo di casa con Anubi al guinzaglio per la passeggiata serale, in cui mi sono reso conto di una cosa banale ma significativa: avevo addosso queste cuffie da venti minuti buoni e me ne ero completamente dimenticato. Capita raramente con le open-ear, che di solito ti ricordano la loro presenza dopo un’oretta scarsa. Le Oppo Enco Clip 2 sì, sembrano davvero progettate per sparire dalla percezione fisica, pur restando ben presenti sul piano visivo. È un paradosso curioso, e ci torno tra poco.
Mi sono arrivate in test in colorazione Slate Grey, la variante più sobria delle due (l’altra è Luminous Gold, decisamente più “gioielleria”). Le ho usate praticamente per tutto in queste settimane: chiamate di lavoro al PC, videoconferenze su Google Meet, sessioni di allenamento, passeggiate con i cani in giardino, in auto sulle strade attorno a Roma, persino come accessorio quando dovevo uscire al volo. Tantissimi scenari, tutti diversi, ed è proprio in questa varietà che si capisce davvero un prodotto.
E qui parte la storia interessante. Perché il formato a clip esterna è una di quelle scelte di design che divide subito: chi le vede pensa a un orecchino tecnologico, e in effetti Oppo non ha mai nascosto questa ambizione fashion. Sul prezzo, 179,99 euro di listino, è chiaro che il posizionamento è premium per il segmento open-ear, dove molti competitor giocano nettamente più in basso.
Sarò onesto: all’inizio ero scettico. Avevo già provato altre soluzioni a clip che alla terza ora di utilizzo mi facevano venire voglia di staccarle. Qui la storia è andata diversamente, ma con qualche zona d’ombra che vale la pena raccontare bene, senza retorica. Mi sono trovato a sorprendermi nel modo opposto a quello che mi aspettavo, ed è già un buon segnale di partenza.
Unboxing
La confezione è piccola e compatta, di quelle che oggi quasi tutti spingono per ragioni ambientali (e anche di costo, va detto). Cartoncino riciclato, grafica essenziale, niente plastica esterna se non quella indispensabile per la custodia. Va bene così, anzi.
Dentro c’è quello che serve, ne più ne meno: la custodia con dentro gli auricolari già accoppiati e pronti, un cavetto USB-C corto (nessun alimentatore in dotazione, ma ormai è prassi consolidata), e la documentazione minima multilingua. Punto.
Niente eartip di ricambio, ovviamente, perché qui non ci sono gommini da scegliere. La struttura a clip si aggancia all’esterno dell’orecchio e quindi la vestibilità si gioca tutta sulla forma dell’arco in nitinol, che è lo stesso per tutti. Il produttore dichiara di aver analizzato oltre 3.500 conformazioni auricolari per arrivare a un design unico che funzionasse sulla maggioranza, e nel mio caso, a giudicare dal primo impatto, hanno fatto i compiti per bene.
La custodia merita due parole. È un ovale schiacciato, abbastanza tascabile, ma più larga rispetto a una classica custodia per true wireless in-ear. Plastica opaca con finitura piacevole, una piccola scanalatura per aprirla col pollice, un LED frontale per lo stato di carica, USB-C sul retro. Il magnete che tiene chiuso il coperchio fa il suo lavoro senza esagerare: si apre senza forzare ma resta serrata anche se la giri a testa in giù in borsa.
Dotazione minimale, dunque, ma coerente con il prezzo richiesto. Niente accessori “wow” da unboxing, niente esagerazioni. E francamente, va bene così: meglio investire sul prodotto che sui fronzoli di contorno.
Design e costruzione
Ok, parliamo di estetica, perché è il primo elemento di carattere di queste Enco Clip 2 e probabilmente anche il più divisivo dell’intero progetto.
Quando le ho indossate per la prima volta davanti allo specchio, ho avuto un attimo di esitazione. Sembravano davvero, lo dico apertamente, un orecchino tecnologico. La parte interna, quella che alloggia il driver, è una sorta di pallina lucida che OPPO chiama Acoustic Ball; la parte esterna, dietro l’orecchio, fa da contrappeso ed è più discreta (Comfort Bean nella terminologia ufficiale). Le due metà sono collegate dall’archetto in nitinol ultrasottile, lega di nichel e titanio a memoria di forma che si flette e torna sempre nella posizione originale.
Visivamente, in Slate Grey, sono nettamente meno appariscenti rispetto alla Luminous Gold che ho visto solo in foto. Però restano comunque ben visibili: non spariscono come può fare un classico in-ear, e questo va detto subito. Se cercate la massima discrezione, non è il prodotto giusto. Se invece l’estetica vi diverte, possono diventare quasi un accessorio di stile a sé.
Costruttivamente sono fatte bene davvero. La sensazione al tatto è di plastica premium, finitura quasi morbida ma non gommosa, nessun rumore di parti che giocano tra loro. Pesano 5,2 grammi cadauna: una cifra ridicola, e quando le indossi te ne accorgi subito. Il vero asso è quello, il peso piuma. Me ne sono dimenticato addosso più volte, sul serio.
L’arco in nitinol è la chiave di tutto. Si adatta da solo, esercita una pressione minima, e soprattutto torna sempre alla forma originale anche dopo decine di flessioni accidentali. Il brand cinese parla di resilienza superiore al filo di nichel-titanio tradizionale, e nella pratica la conferma è arrivata: tirando, schiacciando, infilandole sbadatamente in tasca della felpa, mai notato deformazioni o cedimenti strutturali.
C’è poi la certificazione IP55. Non è la protezione massima esistente sul mercato, ma per uso quotidiano e sportivo basta e avanza: sudore copioso, pioggerellina romana di fine novembre, polvere generata in palestra, nessun problema riscontrato. Le ho passate via con un panno asciutto dopo allenamenti dove ero letteralmente fradicio, senza un attimo di esitazione.
Una nota onesta da segnalare: la finitura lucida tende a trattenere le impronte se le manipoli con mani umide o sudate. Niente di drammatico, sono dettagli che noti solo se hai la mania del dettaglio (e io ce l’ho). Si pulisce in due secondi.
Specifiche tecniche
Ecco le specifiche complete del modello in prova, ordinate in tabella per consultazione rapida. Sono le voci che contano davvero, senza riempire con dati ridondanti o irrilevanti.
| Caratteristica | Valore |
|---|---|
| Tipologia | Open-ear, formato a clip esterna |
| Peso per auricolare | 5,2 grammi |
| Driver | Doppio dinamico da 11 mm e 9 mm |
| Tuning audio | Dynaudio |
| Risposta in frequenza | Da 20 Hz a 40 kHz |
| Codec supportati | SBC, AAC, LHDC 5.0 |
| Bluetooth | 6.1 |
| Latenza dichiarata | 94 ms |
| Microfoni | Multipli con sensore a conduzione ossea (VPU) |
| Autonomia totale con custodia | Fino a 40 ore (AAC, volume 50%) |
| Porta di ricarica | USB-C |
| Resistenza | IP55 |
| Materiale arco | Lega in nitinol (nichel-titanio) a memoria di forma |
| Multipoint | Sì, due dispositivi simultanei |
| App companion | HeyMelody (Android e iOS) |
| Funzioni AI | AI Translate, AI Clear Call |
| Colorazioni disponibili | Slate Grey, Luminous Gold |
| Prezzo di listino | 179,99 euro |
Hardware e tecnologia interna
Sotto la scocca lucida si nasconde una componentistica più seria di quanto il design da accessorio fashion lasci intuire. È una cosa che ho apprezzato, perché spesso questi formati nuovi nascondono compromessi tecnici grossi sotto un’estetica accattivante. Qui no.
Il cuore acustico è un sistema a doppio driver dinamico, uno da 11 mm dedicato alla gamma bassa e media, l’altro da 9 mm orientato sui medi e gli alti. Una scelta non comune nel segmento open-ear, dove la stragrande maggioranza dei modelli si accontenta di un singolo full-range. La taratura porta la firma di Dynaudio, ditta danese con una storia importante nell’audio domestico e automotive, ed è una collaborazione che si sente. Non è un’etichetta puramente marketing.
A monte dei driver c’è un chip a 6 nm dedicato che gestisce sia la parte audio sia gli algoritmi di chiamata. Si tratta di una NPU dedicata per l’elaborazione delle chiamate AI, abbinata a un sensore VPU per la conduzione ossea che rileva direttamente le vibrazioni della voce attraverso la struttura dell’orecchio. È una soluzione che ho visto su prodotti premium di altri marchi e che funziona davvero bene quando l’ambiente è ostile, ma su questo torno nella sezione dedicata.
La connettività è affidata a Bluetooth 6.1, una delle implementazioni più recenti in circolazione, abbinata al supporto per il codec LHDC 5.0 oltre ai classici SBC e AAC. LHDC consente streaming audio fino a 96 kHz su sorgenti compatibili, ed è una caratteristica che eleva il profilo tecnico delle cuffie. La latenza dichiarata è di 94 ms in modalità gaming, che è un valore competitivo per il formato open-ear.
Le antenne sono integrate nell’arco in nitinol, scelta che migliora la portata e la stabilità del segnale. Nei miei test la connessione non ha mai mostrato cedimenti, neanche tenendo il telefono in tasca dei pantaloni mentre giravo in salotto o tra le stanze di casa. Per dare un’idea: ho lasciato lo smartphone in cucina e sono andato fino al box auto senza perdere il segnale, parliamo di una decina di metri abbondanti con muro di mezzo.
C’è da dire una cosa onesta: tutta questa elettronica miniaturizzata, infilata in 5,2 grammi di auricolare, è un piccolo miracolo ingegneristico. E si vede.
App HeyMelody e gestione software
Sul fronte software il discorso si fa interessante. OPPO ha scelto di non sviluppare un’app dedicata e indipendente, ma di sfruttare HeyMelody, l’app companion che il marchio cinese usa trasversalmente per i suoi prodotti audio. La trovate gratuitamente sul Play Store e sull’App Store.
L’ho installata sul mio Android principale al primo accoppiamento. L’interfaccia è pulita, ordinata, niente di clamoroso ma fa quello che deve fare senza intoppi. Dopo il pairing iniziale, l’app riconosce automaticamente il prodotto e propone subito un piccolo tour delle funzioni disponibili. Apprezzabile.
Cosa si può fare? Parecchio, a dire il vero. Si configurano le gesture touch personalizzandole per ogni gesto (tocco singolo, doppio, triplo, pressione prolungata sui due auricolari), si attiva e disattiva la connessione dual device, si gestisce un equalizzatore con preset Dynaudio e qualche slider per chi vuole metterci mano, si controllano i livelli di batteria di entrambe le unità separatamente e della custodia.
L’opzione che ho usato di più è stata la connessione a due dispositivi simultanei. L’ho provata smartphone più PC, ed è una funzione che ormai per me è imprescindibile sulle cuffie da lavoro. Funziona bene: quando arriva una chiamata sul telefono mentre sto guardando un video sul computer, lo switch è quasi istantaneo. Non perfetto, in alcuni casi serve qualche secondo, ma comunque fluido.
La funzione AI Translate merita un discorso a parte, e gliel’ho dedicato un approfondimento dedicato più avanti. Anticipo solo che funziona davvero, e mi ha sorpreso più di quanto pensassi inizialmente.
Gli aggiornamenti firmware sono gestiti dall’app stessa, in over the air. Durante il periodo di test mi è arrivato un aggiornamento, l’ho installato, ci sono voluti circa quattro minuti e tutto è filato liscio senza intoppi. Niente di emozionante, ma funziona, ed è quello che conta.
Prestazioni e autonomia
Sull’autonomia OPPO dichiara 40 ore totali con la custodia di ricarica, valore calcolato con codec AAC al 50% del volume. Sono numeri che fanno paura nel segmento open-ear, dove tipicamente si oscilla tra le 20 e le 30 ore totali.
Nella mia esperienza reale la cifra si è confermata sostanzialmente. Le ho usate per giorni interi, alternando ascolto musicale, podcast, chiamate, videoconferenze, e ho rimesso le cuffie in carica completa (sia auricolari sia custodia da zero) dopo una settimana abbondante di uso medio. Non ho cronometrato al minuto, ma il messaggio è chiaro: l’autonomia non è un problema.
Sui singoli auricolari, in un test più “concentrato”, sono arrivato senza fatica a una giornata di lavoro completa di otto ore (musica di sottofondo più tre videocall) prima di doverle rimettere nella custodia. Quando poi le rimetti dentro, in circa 10 minuti recuperano un’oretta abbondante di utilizzo, e in circa un’ora sono di nuovo cariche del tutto. Niente ricarica fulminante, ma più che adeguata per un uso quotidiano.
La custodia si ricarica via USB-C in circa un’ora e mezza dal nostro caricatore standard. Oppo propone in bundle al lancio il caricatore SuperVOOC da 67W a 9,99 euro aggiuntivi, ma onestamente per ricaricare delle cuffie un caricatore da quella potenza è esagerato. Qualsiasi alimentatore USB-C da 5W in su va benissimo.
Una cosa che ho notato e che voglio segnalare: la gestione energetica dei singoli auricolari è ottima. Quando ne togli uno e lo rimetti in custodia, mentre continui ad ascoltare con l’altro, il consumo si dimezza correttamente. E quando li tieni nella custodia chiusa, in standby, il consumo passivo è praticamente nullo: le ho lasciate ferme per cinque giorni e al rientro avevano perso forse un 5% di carica. Niente male.
Test sul campo
Ok, arriviamo al cuore della prova. Perché le specifiche sono belle, ma è quando metti il prodotto nella vita vera che capisci se vale o no.
Le ho usate in scenari completamente diversi tra loro, e qui ho qualche storia da raccontare.
Scenario uno: videoconferenze al PC. Probabilmente l’uso che ne ho fatto più frequentemente. Riunioni Google Meet quotidiane, alcune lunghe anche un’ora e mezza. Risultato: comfort eccellente, mai sentito fastidio dopo sessioni prolungate, ottima percezione delle voci dei colleghi grazie alla taratura che privilegia i medi. Quando dovevo prendere appunti contemporaneamente, la mano libera sulla tastiera senza che il movimento del capo facesse muovere gli auricolari era una sensazione liberatoria. Su quattro persone in riunione, due mi hanno detto che la mia voce arrivava perfetta. Una mi ha detto che si sentiva “un pochino bassa” e con una specie di leggero eco, ma è capitato una volta sola in un Meet con segnale di linea non eccellente. Difficile dire se sia colpa delle cuffie, della linea, o di una combinazione. Però la nota la dovevo fare.
Scenario due: in auto. Le ho usate per qualche tragitto sulle strade attorno a Roma, sia per ascoltare musica sia per gestire una chiamata di lavoro inaspettata. Qui il formato open-ear mostra tutto il suo senso: senti benissimo l’audio delle cuffie ma resti perfettamente consapevole del traffico attorno, dei clacson, delle sirene. Per la sicurezza alla guida è un altro pianeta rispetto a un classico in-ear, dove ti chiudi e ti isoli. La chiamata effettuata in tangenziale è stata gestita bene, l’interlocutore mi ha sentito chiaramente, anche se gli ho dovuto chiedere conferma per essere sicuro che il rumore di sottofondo non fosse fastidioso.
Scenario tre: passeggiata serale con Anubi. Questo è uno dei miei utilizzi preferiti. Il mio Groenendael in passeggiata mi tira un po’ (è la sua natura), e con un classico in-ear ogni strattone è una preoccupazione di poter perdere un auricolare. Con la clip esterna, zero problemi. Mi sono piegato a raccogliere i bisogni, mi sono inginocchiato per allacciargli meglio la pettorina, ho dovuto fermarmi di colpo perché stava correndo dietro a un gatto. Le cuffie sono rimaste imperturbabili. Mai un cedimento, mai una sensazione di instabilità. Davvero sorprendente.
Scenario quattro: allenamento. Le ho portate con me in palestra per le sessioni di tiro al CUS. Tra serie di tiro all’arco, riscaldamento, qualche flessione e qualche scatto a recuperare le frecce, le ho tenute addosso per quasi due ore. Sudore copioso (la palestra non è proprio fresca), movimenti vari, posizioni della testa quando miro che mettono pressione sul collo. Le cuffie non si sono mai mosse di un millimetro. E il fatto di sentire anche i rumori intorno mi ha permesso di dialogare con gli altri tiratori senza dover togliere niente. Comodità pura.
Scenario cinque: occhiali da sole. Una cosa che mi ha incuriosito particolarmente. Non porto occhiali da vista, ma uso quelli da sole tutti i giorni. Bene, indossarle insieme è perfettamente possibile, senza alcuna interferenza tra l’asticella degli occhiali e l’arco delle cuffie. Pensavo ci fosse qualche compromesso, e invece zero attriti. Le hanno pensate bene.
Approfondimenti
Firma sonora e carattere
Parliamo di come suonano davvero. La taratura Dynaudio spinge verso una resa equilibrata, con leggera enfasi sui medi e ottima estensione sugli alti. È un suono che ho trovato piacevole, mai stancante anche dopo ore di ascolto continuativo. Niente alti taglienti, niente medi gridati. Pulizia e ordine.
Sulla resa generale, considerando che si tratta di open-ear e quindi che gran parte dell’energia sonora si disperde nell’ambiente, il risultato è davvero notevole. Mi sono ascoltato di tutto: il nuovo album di un cantautore italiano che amo, qualche traccia jazz acustico, un po’ di elettronica per testare i bassi, podcast in italiano e inglese. La resa più convincente è arrivata sui podcast e sull’acustico, dove la chiarezza dei medi e la pulizia della scena sonora sono quasi sorprendenti per un formato open-ear.
Sull’elettronica e sulla musica più pompata, c’è un compromesso che è strutturale e ne parlo poco sotto. Ma in generale, ascoltare musica con queste cuffie è un’esperienza godibile, non penalizzante. Mica male per il formato.
Palcoscenico e consapevolezza ambientale
Una cosa che le open-ear fanno particolarmente bene è creare una percezione di “spazio” attorno al suono. Non c’è la sensazione di musica “dentro la testa” tipica di alcuni in-ear, ma piuttosto un palcoscenico più aperto, più simile a quello di una piccola cassa acustica vicina alle orecchie.
Funziona molto bene sulla musica con registrazioni accurate, dove riesci a percepire la distribuzione degli strumenti nello spazio. La tecnologia Dipole Sound Field dichiarata da OPPO dovrebbe ridurre la dispersione sonora verso chi ti sta vicino: ho fatto qualche prova in casa con qualcuno seduto di fianco a me a un metro di distanza, e in effetti il leak sonoro è contenuto. Non è zero, ma è significativamente più basso di altri prodotti simili.
Il vero plus di tutto questo è la consapevolezza ambientale costante. Senti la musica e senti il mondo. Per chi lavora da casa con familiari o coinquilini in giro, per chi vuole uscire a fare jogging restando attento al traffico, per chi semplicemente vuole essere ancora “presente” mentre ascolta qualcosa, è una libertà che chi è abituato all’isolamento totale degli ANC fatica a immaginare. Poi alla fine della fiera dipende dalle preferenze personali, è chiaro.
I bassi e i limiti della fisica
Qui devo essere onesto, perché è l’unico capitolo dove serve un discorso franco. I bassi delle Enco Clip 2 non sono potenti come quelli di una buona in-ear. Non lo possono essere, fisicamente. Il driver non sigilla il condotto uditivo, quindi una parte dell’energia delle frequenze basse si disperde nell’ambiente prima ancora di raggiungere il timpano.
Detto questo, e qui sta il punto, Dynaudio e Oppo hanno fatto un lavoro notevole per recuperare il recuperabile. Il driver da 11 mm dedicato ai bassi è dimensionato bene, e la risposta sotto i 100 Hz è più presente di quanto mi aspettassi. Non c’è la spinta sub di un buon in-ear, ma c’è corpo, c’è calore, c’è un fondamentale che permette anche al rock o all’hip hop di non risultare scarno.
Una nota pratica: alzando il volume verso il massimo, la resa generale si compatta e i bassi guadagnano presenza. È una compensazione naturale di questo tipo di prodotti. Le ho spinte fino al 100% senza che distorcessero, cosa che ho apprezzato: significa che il margine di rumorosità è onesto. Per ambienti rumorosi tipo metropolitana o tangenziale, alzare il volume è quasi obbligatorio, ma il suono regge.
Insomma: se cercate bassi devastanti, guardate altrove. Se accettate il compromesso strutturale del formato in cambio di tutto il resto, questa è probabilmente una delle migliori implementazioni in giro.
Microfono a conduzione ossea e qualità chiamate
Veniamo a una delle feature più interessanti, quella che Oppo chiama Crystal-Clear Bone Calls. Si tratta di un sistema che combina i tradizionali microfoni esterni con un sensore VPU che rileva le vibrazioni della voce direttamente dall’orecchio, attraverso la conduzione ossea. Il vantaggio teorico è enorme: il sensore osseo non capta i rumori ambientali, solo la voce di chi parla.
Nella pratica come va? Bene, ma con qualche sfumatura.
In ambiente normale (ufficio, casa, conversazione tranquilla) la voce arriva all’interlocutore chiara e naturale. Mi hanno fatto i complimenti più di una volta per la qualità durante riunioni Google Meet. Davvero buona.
In ambiente rumoroso (auto in movimento, strada trafficata, vento) il sistema fa il suo lavoro: il rumore di sottofondo viene effettivamente attenuato e la voce resta intellegibile. Non è perfetto come una cuffia chiusa con boom mic dedicato, ovviamente, ma per il formato open-ear è una resa eccellente.
Però c’è quel “però” che devo segnalare. In un paio di occasioni l’interlocutore mi ha detto di sentirmi “basso” o con un leggero effetto di doppia voce, come una sorta di micro-eco. Capita raramente, e ho il forte sospetto che dipenda dalla qualità della linea o dalla rete dell’altro capo, perché non è stato sistematico. La stessa persona, in chiamate successive, mi ha confermato di sentirmi perfettamente. Lo segnalo per onestà, ma non lo considero un difetto strutturale del prodotto.
Codec, latenza e Bluetooth 6.1
Il supporto al codec LHDC 5.0 è una di quelle voci tecniche che fanno la differenza per chi ascolta musica seria. LHDC è uno standard proprietario sviluppato da Savitech che permette streaming audio fino a 1 Mbps e supporto per file ad alta risoluzione fino a 96 kHz / 24 bit. Su smartphone Android compatibili (la lista include diversi modelli OPPO, OnePlus, Xiaomi recenti) la differenza rispetto al classico AAC è percepibile: l’audio guadagna in dettaglio, in pulizia, in respiro generale.
Sui dispositivi che non supportano LHDC, si scende ad AAC (standard per iPhone) o SBC come fallback. La resa resta comunque dignitosa, ma è chiaro che per spremere al massimo questo prodotto serve una sorgente compatibile con LHDC.
La latenza dichiarata di 94 ms in modalità gaming è un valore interessante, e nella pratica ho potuto verificare che funziona. Ho guardato qualche video su YouTube e Netflix senza notare ritardi tra labiale e audio. Per i giochi mobile più frenetici qualcosa si potrebbe notare, ma per la stragrande maggioranza dei contenuti audiovisivi è perfettamente trasparente.
Bluetooth 6.1 garantisce poi stabilità di connessione, basso consumo energetico e ottima portata. In casa, come dicevo prima, sono riuscito a tenere il segnale fino in cortile con il telefono in cucina al piano di sopra. In strada, in mezzo a Roma con il classico inquinamento elettromagnetico, mai un cedimento, mai un’interruzione.
Comfort prolungato e uso con occhiali
Voglio dedicare un focus specifico al comfort, perché è probabilmente l’aspetto più riuscito di queste cuffie ed è anche quello che fa la differenza nell’uso quotidiano reale.
Premessa numero uno: il peso di 5,2 grammi per auricolare è effettivamente impercettibile dopo i primi minuti. Mi sono ritrovato più volte a portarmi la mano all’orecchio per togliermele, e ad accorgermi che già non c’erano (anzi: c’erano, ma le sentivo a tal punto che non le percepivo). È una cosa rara.
Premessa numero due: il nitinol dell’arco permette una distribuzione della pressione completamente diversa da quella di un classico in-ear. Non c’è un punto specifico che riceve tutto lo sforzo, ma una distribuzione su tutta la superficie di contatto. Per chi soffre di pressione sul condotto uditivo (a me succede dopo un paio d’ore con qualunque in-ear) è una liberazione.
Il discorso occhiali merita due parole specifiche. Io uso occhiali da sole quotidianamente, e mi chiedevo se l’asticella avrebbe interferito con l’arco delle cuffie. Risultato: zero problemi. La struttura della clip si posiziona dietro l’asticella degli occhiali, non sopra, e quindi non c’è alcun conflitto fisico. Le ho indossate per ore intere insieme agli occhiali da sole senza mai sentire una pressione anomala né un punto di contatto fastidioso. Per chi porta occhiali da vista immagino il risultato sia analogo, ma per dare un giudizio assoluto dovrei verificarlo direttamente.
L’unica cosa a cui ci si abitua è la sensazione visiva di averle addosso: come dicevo, sono ben visibili nello specchio. Ma è un fatto estetico, non di comfort fisico. E dopo qualche giorno ci fai pace.
AI Translate, gadget o feature seria?
La funzione AI Translate è una di quelle voci che sui comunicati stampa fa effetto, ma che spesso nella realtà si rivela una trovata di marketing. Qui invece, devo ammetterlo, funziona davvero.
Il principio è semplice: appaiate le cuffie a uno smartphone compatibile, attivate la funzione dall’app, e potete avere una traduzione in tempo quasi reale di conversazioni in lingue diverse. La voce dell’interlocutore (in inglese, francese, spagnolo, tedesco e altre lingue supportate) viene tradotta in italiano e fatta sentire nelle vostre cuffie, mentre quello che dite voi in italiano può essere riprodotto in traduzione attraverso lo speaker del telefono.
L’ho provato con un breve video YouTube in inglese tecnico, e ho ottenuto una traduzione coerente, comprensibile, con un ritardo di pochi secondi sulla traccia audio originale. Niente di rivoluzionario rispetto a un Google Translate ben usato, ma il punto è che è integrato direttamente nel flusso delle cuffie: una sola interfaccia, senza dover gestire app esterne.
Per chi viaggia, per chi lavora con clienti internazionali, per chi guarda contenuti in streaming in lingua originale e non vuole sottotitoli, è uno strumento utile. Non sostituisce un traduttore umano, e ha i suoi limiti nelle frasi idiomatiche e nei modi di dire, ma a conti fatti è una funzione che ho usato volentieri e che porta valore reale.
Funzionalità e controlli
I controlli touch sono affidati a sensori capacitivi posizionati sull’esterno di ogni auricolare. Le gesture supportate sono il singolo tocco, il doppio, il triplo, e la pressione prolungata, configurabili separatamente per ogni auricolare attraverso l’app HeyMelody.
La sensibilità è ben tarata: niente attivazioni accidentali quando ti tocchi l’orecchio o ti aggiusti i capelli, ma risposta pronta quando il gesto è intenzionale. Una piccola gioia che non sempre si trova in questo segmento, dove i falsi tocchi sono spesso un’idea fastidiosa.
Ma il vero protagonista, e qui c’è una chicca, è il controllo volume tramite swipe. Far scorrere il dito sull’auricolare verso l’alto o verso il basso permette di regolare il volume in modo gradito, fluido, senza dover tirare fuori il telefono. È una soluzione semplicemente migliore rispetto a “tocco singolo aumenta, doppio diminuisce” e altri schemi cervellotici di altri produttori. La preferisco di gran lunga.
C’è poi una piccola finezza software: quando si supera il livello 14 di volume, l’equalizzatore adatta automaticamente la sua curva per privilegiare la chiarezza delle voci e dei dettagli, così che musica e podcast restino intellegibili anche in ambienti rumorosi. Ho notato l’effetto soprattutto sulle voci dei podcast, che a volumi alti restano definite e non si impastano. Lavoro di fino.
Tra le altre funzioni vale la pena segnalare la rilevazione automatica indossamento: togli un auricolare e la musica si mette in pausa, lo rimetti e riparte. Banale ma efficace. E il già citato multipoint a due dispositivi, che permette di tenere accoppiati contemporaneamente smartphone e laptop senza dover fare e rifare il pairing ogni volta. Comodità di alto livello.
Pregi e difetti
Provo a sintetizzare le impressioni accumulate in queste settimane, con onestà.
Pregi:
- Comfort sorprendente anche per molte ore consecutive, e perfetta compatibilità con occhiali da sole o da vista
- Resa audio sopra la media del segmento open-ear, con doppio driver e taratura Dynaudio che fanno davvero la differenza
- Autonomia da maratona, 40 ore reali con la custodia che reggono benissimo confronto con le dichiarazioni
- Chiamate molto chiare in ambiente normale grazie al sensore a conduzione ossea, buon comportamento anche in scenari rumorosi
- Costruzione seria con arco in nitinol resistente, certificazione IP55, multipoint affidabile su due dispositivi
Difetti:
- Bassi inevitabilmente penalizzati dalla natura del formato open-ear, non sono per chi cerca la spinta sub
- In rari casi gli interlocutori percepiscono la voce leggermente bassa o con un micro-eco, problema non sistematico ma da segnalare
- Design vistoso che divide nettamente: o piace come accessorio fashion, o si preferisce qualcosa di più discreto
- Prezzo di listino non alla portata di tutti per il segmento open-ear, anche se la qualità complessiva lo giustifica
Prezzo e posizionamento
Il prezzo di listino è di 179,99 euro, in linea su OPPO Store e MediaWorld. Su Amazon Italia, al momento della stesura di questa prova, la quotazione che ho visto si aggira sui 198 euro, leggermente sopra il listino ufficiale, probabilmente per dinamiche di mercato che cambiano spesso. Vi conviene controllare al momento dell’acquisto, magari sfruttando promozioni o periodi di sconto stagionali.
C’è anche un’offerta lancio sull’OPPO Store che permette di aggiungere il caricatore SuperVOOC da 67W a soli 9,99 euro in più. Onestamente, per ricaricare delle cuffie un caricatore così potente è sovradimensionato, ma se vi serve anche un caricatore generico veloce per smartphone, è quasi un regalo.
A 179 euro siamo nella fascia alta delle open-ear. È una cifra importante, ma giustificata: la combinazione di doppio driver, tuning Dynaudio, codec LHDC 5.0, conduzione ossea per le chiamate, 40 ore di autonomia, costruzione in nitinol e certificazione IP55 è oggettivamente un pacchetto premium. Chi cerca un’open-ear “tanto per provare” troverà soluzioni più economiche, certo, ma rinuncerà a quasi tutto quello che rende queste cuffie davvero godibili nell’uso quotidiano.
La domanda da farsi non è “vale 179 euro?” ma piuttosto “ho bisogno di tutto quello che offre?”. Se la risposta è sì, l’investimento è sensato. Se non sapete cosa farvene di LHDC 5.0, della conduzione ossea o di AI Translate, allora il discorso è diverso.
Conclusioni
Alla fine di queste settimane di prova, il mio bilancio sulle Oppo Enco Clip 2 è decisamente positivo, con qualche distinguo onesto sul fronte audio puramente musicale. Sono cuffie che cambiano il modo in cui vivi l’ascolto in mobilità: non ti isolano, ti accompagnano. E questa è una distinzione che, una volta provata sul serio, è difficile da abbandonare.
Le consiglio senza esitazione a chi lavora molto in chiamata e videoconferenza, a chi vuole un dispositivo audio polivalente per la giornata (lavoro, sport, vita quotidiana), a chi soffre il classico in-ear e cerca un’alternativa concreta, a chi viaggia spesso e usa molto la traduzione in lingue diverse. A chi, in sostanza, cerca un compromesso intelligente tra qualità audio decente e libertà sensoriale totale.
Le sconsiglio invece a chi cerca un’esperienza sonora immersiva con bassi devastanti, a chi vive in ambienti molto rumorosi dove l’isolamento attivo è prioritario, a chi vuole il massimo della discrezione visiva (qui visibilità è inevitabile), a chi non ha bisogno di tutto il pacchetto tecnologico e cerca solo “un paio di cuffie qualunque” sotto i 100 euro.
Lo scenario d’uso perfetto? Una giornata mista, con un po’ di tutto: una videocall al mattino, un viaggio in macchina o una passeggiata con musica, una sessione di palestra a pranzo, un altro paio di chiamate al pomeriggio, magari un podcast la sera mentre cucini. Il tutto senza mai toglierle, senza mai ricaricarle nel mezzo, senza mai isolarti dal mondo che ti circonda. È esattamente questo lo spirito delle Enco Clip 2, e funziona davvero bene.
Non sono perfette, ma sono onestamente tra le open-ear più convincenti che abbia provato. Se l’estetica vi piace e il prezzo non vi spaventa, è un consiglio convinto.



