La trasformazione di Thor in Avengers Endgame non è stata affatto un passaggio semplice. Anzi, il cambiamento del personaggio era così radicale che gli sceneggiatori del film hanno dovuto far volare Chris Hemsworth e Taika Waititi appositamente per capire come gestire quella svolta senza far deragliare tutto. La domanda che aleggiava tra i corridoi della produzione era piuttosto diretta: “Lo state rendendo un idiota?”
Per capire il contesto, bisogna fare un passo indietro. Thor Ragnarok aveva già stravolto parecchio il personaggio rispetto a come lo conosceva il pubblico dei primi film Marvel. Waititi aveva preso il dio del tuono e lo aveva trasformato in qualcosa di molto più leggero, ironico, quasi comico. Quella versione funzionava alla grande nel suo film, ma portarla dentro un progetto come Avengers Endgame, che doveva chiudere un arco narrativo enorme durato più di dieci anni, era tutt’altra faccenda.
Il problema di conciliare due versioni dello stesso personaggio
Gli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely si sono trovati davanti a un bivio creativo non banale. Da una parte c’era il Thor epico e drammatico dei primi Avengers, dall’altra quello scanzonato e decisamente più umano uscito da Ragnarok. Fondere queste due anime in un unico arco coerente, per di più aggiungendo l’elemento del trauma post sconfitta contro Thanos, richiedeva una sensibilità narrativa che non si poteva improvvisare.
Il fatto che abbiano sentito la necessità di coinvolgere direttamente Hemsworth e Waititi la dice lunga su quanto fosse delicata la questione. Non bastava scrivere le battute giuste o trovare il tono corretto sulla carta. Serviva il confronto con chi quel personaggio lo aveva plasmato nella sua versione più recente e con l’attore che doveva dargli vita sullo schermo. Hemsworth conosceva Thor meglio di chiunque altro a quel punto, e Waititi aveva ridefinito le coordinate emotive e comiche del personaggio in modo così profondo che ignorare la sua visione sarebbe stato un errore.
Un Thor diverso da qualsiasi aspettativa
Il risultato finale lo conosciamo tutti. Il Thor di Endgame è un personaggio depresso, in sovrappeso, chiuso in casa a bere birra e giocare ai videogiochi. Una scelta coraggiosa, che sulla carta poteva sembrare una presa in giro del personaggio ma che nelle mani giuste è diventata una delle rappresentazioni più oneste del trauma e della perdita mai viste in un film del Marvel Cinematic Universe.
La preoccupazione iniziale, quel “lo state rendendo un idiota?” che circolava durante la lavorazione, era legittima. Prendere uno dei personaggi più potenti dell’intero universo Marvel e mostrarlo in quello stato significava rischiare grosso. Eppure proprio quella vulnerabilità ha reso il suo percorso in Endgame tra i più memorabili. Thor non era diventato un idiota. Era diventato qualcuno che aveva fallito nel momento più importante e non sapeva come rialzarsi.
Il coinvolgimento diretto di Hemsworth e Waititi nel processo creativo ha permesso di trovare quel punto di equilibrio tra comicità e dolore che rende il personaggio credibile anche nei momenti più assurdi. Senza quel confronto, probabilmente il rischio di scivolare nella caricatura sarebbe stato molto più concreto. Il fatto che gli sceneggiatori lo abbiano riconosciuto e abbiano cercato aiuto piuttosto che procedere da soli racconta molto di come funzionano le migliori produzioni cinematografiche: nessuno ha tutte le risposte, nemmeno chi tiene la penna in mano.
Thor Ragnarok aveva cambiato le carte in tavola in modo significativo, e Avengers Endgame ha dovuto fare i conti con quell’eredità senza tradirla né ignorarla.
