Dare un nome a un prodotto sembra la cosa più semplice del mondo, finché non ci si mette di mezzo l’ufficio brevetti e, incredibilmente, un’azienda francese di acqua frizzante. Il taxi autonomo di Tesla sta vivendo una vera e propria odissea burocratica e legale che sta complicando i piani di Elon Musk, proprio nell’anno in cui il veicolo senza conducente dovrebbe debuttare sul mercato.
Tutto parte da un primo ostacolo che ormai ha qualche mese alle spalle. L’Ufficio Brevetti e Marchi degli Stati Uniti (USPTO) aveva respinto la richiesta di Tesla di registrare il termine Robotaxi come marchio commerciale, giudicandolo “meramente descrittivo”. La motivazione è piuttosto lineare: la parola robotaxi viene già usata ampiamente da altre aziende e dai media per indicare i veicoli a guida autonoma in generale. Registrarlo, secondo la USPTO, sarebbe un po’ come voler brevettare la parola “taxi”.
L’ufficio ha precisato che non esistevano conflitti con altri marchi registrati, ma ha comunque bocciato la richiesta perché il termine “si utilizza per descrivere prodotti e servizi simili di altre aziende” e “appare generico nel contesto dei prodotti e/o servizi del richiedente”. Tesla aveva pensato di usare quel nome per il servizio associato al sistema Autopilot FSD su Model 3, Model Y, Model S, Model X e anche sulla Cybertruck, una volta raggiunta la famosa “guida autonoma totale” che viene promessa come imminente da quasi dieci anni.
L’acqua frizzante francese che ha soffiato il nome Cybercab
E qui la storia prende una piega che sembra quasi una barzelletta. Quando Musk ha presentato le sue novità autonome all’evento “We, Robot” nell’ottobre 2024, mostrando al mondo Cybercab e anche Robovan (un minibus a guida autonoma), evidentemente non si è preoccupato troppo di blindare i nomi dal punto di vista legale. Un errore da principianti, a ben guardare.
Ne ha approfittato Unibev, un’azienda francese del settore bevande, che si è mossa con una certa furbizia e ha registrato la denominazione Cybercab prima di Tesla. E non si è fermata lì. Unibev ha registrato anche altri nomi decisamente creativi: Teslaquila, Teslaquila Hard Seltzer, With a Touch of Musk, Cybertaxi, Cyber Diner, XCab e Robocab Systems, in diverse regioni del mondo. Una strategia che sa molto di “patent squatting”, quella pratica in cui qualcuno registra nomi e marchi solo per poi rivenderli o creare fastidi al legittimo interessato.
Tesla ha risposto con una denuncia ufficiale di 167 pagine presentata alla USPTO, accusando l’azienda francese di malafede e, già che c’era, anche di estorsione. Nel frattempo, anche le richieste di registrazione del marchio Cybercab da parte di Tesla risultano sospese, complicate ulteriormente dal fatto che altre aziende stanno cercando di registrare marchi contenenti il termine “Cyber”.
Un veicolo senza nome che già circola per strada
La cosa paradossale è che il taxi autonomo di Tesla, qualunque sarà il suo nome definitivo, sta già circolando per le strade di San Francisco e Las Vegas, e sta perfino multando i passeggeri che non si comportano in modo appropriato. Insomma, il prodotto esiste, funziona (più o meno), ma non ha ancora un nome ufficiale utilizzabile.
La bocciatura della USPTO non è comunque definitiva. Tesla ha tre mesi di tempo per presentare allegazioni e provare a far accettare Robotaxi come marchio commerciale. L’azienda dovrà fornire argomentazioni solide sul perché meriti quel nome in esclusiva, e dovrà anche dichiarare alla USPTO se le aziende concorrenti usano i termini “Robo”, “Robot” o “Robotic” per pubblicizzare prodotti o servizi simili. La USPTO sta esaminando anche un’altra richiesta di Tesla per registrare lo stesso termine Robotaxi, questa volta per il futuro servizio di veicoli autonomi condivisi, ma tutto lascia pensare che anche in quel caso la risposta sarà negativa, per le stesse ragioni.
