La causa riguarda nello specifico Disneyland e California Adventure, i due parchi situati in California che ogni anno accolgono milioni di persone da tutto il mondo. Al centro della disputa c’è il modo in cui l’azienda gestisce i sistemi di scansione facciale posizionati agli ingressi delle strutture. Secondo chi ha presentato la class action, Disney non fornirebbe ai visitatori un’informazione sufficientemente chiara e trasparente sul fatto che i loro dati biometrici vengano acquisiti e conservati nel momento in cui varcano i cancelli del parco.
La questione non è banale, e i numeri lo confermano. La richiesta di risarcimento avanzata dai legali dei visitatori parte da almeno 4,5 milioni di euro a favore delle persone coinvolte, una cifra definita “fluida” perché potrebbe crescere ulteriormente man mano che la causa procede. Si tratta insomma di una class action contro Disney che ha dimensioni significative, e che potrebbe creare un precedente importante nel rapporto tra grandi aziende dell’intrattenimento e tutela dei dati personali.
Il nodo del consenso e della trasparenza
L’avvocato che rappresenta i visitatori, Blake Yagman, ha chiarito nella denuncia un concetto che suona piuttosto diretto: l’onere della tutela della privacy non dovrebbe ricadere sulle spalle dei clienti. Quando si parla di dati sensibili come quelli legati ai tratti del viso, le persone dovrebbero avere la possibilità concreta di scegliere se aderire o meno alla raccolta delle proprie informazioni biometriche. Non dovrebbe funzionare al contrario, con un sistema già attivo e operativo senza che nessuno abbia dato il proprio assenso esplicito.
Secondo la difesa, sarebbe necessario un consenso scritto e consapevole prima di qualsiasi operazione di scansione facciale. Il punto sollevato dalla class action contro Disney è che trovarsi il riconoscimento facciale già in funzione, senza essere stati adeguatamente informati, rappresenta una violazione del diritto alla privacy che non può essere ignorata. Poco importa che si tratti del luogo più magico della Terra: quando entrano in gioco i dati biometrici, le regole dovrebbero valere per tutti, anche per un colosso come Disney.
Una causa dal peso potenzialmente enorme
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio in cui il riconoscimento facciale sta diventando terreno di scontro legale in diverse parti degli Stati Uniti. La class action presentata contro Disney potrebbe rappresentare un banco di prova rilevante, soprattutto considerando la visibilità dell’azienda coinvolta e il volume di visitatori che ogni giorno passano attraverso i tornelli dei parchi californiani. Il fatto che la richiesta economica sia già così consistente dà l’idea di quanto la questione venga presa sul serio dal team legale dei ricorrenti. La causa è stata depositata e ora toccherà ai tribunali stabilire se Disney abbia effettivamente mancato nei propri obblighi informativi nei confronti di chi ha visitato Disneyland e California Adventure.
