Sembra quasi uno scherzo del destino, eppure sta succedendo davvero. Apple ha affidato a Intel i primi test di fabbricazione di chip Apple Silicon. Parliamo dello stesso Intel che nel 2020 era stato messo alla porta da Cupertino, quando la decisione fu quella di progettare processori in casa. Sei anni dopo, le cose cambiano e Intel rientra nel giro, anche se dalla porta di servizio. Secondo l’analista Ming-Chi Kuo, specializzato nelle catene di approvvigionamento di Apple, Intel ha avviato la fase di test sul proprio processo produttivo 18A-P, che equivale al nodo utilizzato da TSMC per le attuali chip A18 Pro. I test sono partiti all’inizio di maggio 2026 e, se tutto procede secondo i piani, le consegne in serie dovrebbero iniziare nel 2027.
Ma attenzione, non si parla dei prodotti di punta. Niente iPhone Pro, niente MacBook Pro. Intel si occuperebbe di fabbricare le chip più datate del catalogo Apple, quelle destinate ai dispositivi di fascia bassa. Parliamo di iPhone 17e, futuri iPad base, MacBook Neo e probabilmente una Apple TV aggiornata. Kuo stima che l’80% dell’ordine riguardi chip per iPhone. I volumi annuali si aggirerebbero tra i 15 e i 20 milioni di unità, una fetta piuttosto piccola se si considera che Apple produce oltre 200 milioni di iPhone ogni anno. TSMC continua a mantenere più del 90% della produzione totale di chip Apple, e questa proporzione non sembra destinata a cambiare nel breve periodo, salvo scossoni geopolitici di portata enorme.
Il calendario prevede test nel 2026, aumento della produzione nel 2027 con un rendimento obiettivo tra il 50% e il 60%, picco nel 2028 e poi un calo progressivo nel 2029.
La strategia dietro il ritorno di Apple: politica, diversificazione e pressione sui fornitori
La scelta di Apple non è solo industriale, è anche molto politica. L’amministrazione Trump detiene una partecipazione del 10% in Intel dopo il piano di salvataggio del 2025 e spinge con forza i colossi tech a riportare la manifattura negli Stati Uniti. Tim Cook, presente in Cina il 14 maggio insieme a Trump ed Elon Musk, sta giocando su più fronti contemporaneamente. Da un lato, oltre 100 milioni di chip avanzate commissionate alla fabbrica TSMC in Arizona per il 2026. Dall’altro, un accordo con Intel per la produzione di chip destinate ai prodotti entry level.
Per Apple l’obiettivo è triplice: diversificare rispetto a TSMC, il cui 60% della capacità produttiva resta concentrato a Taiwan, accontentare Washington e allo stesso tempo avere più potere negoziale con i propri fornitori, soprattutto in un momento in cui i costi della memoria stanno diventando sempre più pesanti. Per Intel, invece, rappresenta una validazione industriale che fino a due anni fa nessuno avrebbe scommesso possibile.
Un’ironia che non sfugge a nessuno
C’è un dettaglio che rende tutta la vicenda particolarmente curiosa. Apple aveva lasciato Intel nel 2020 perché riteneva che i suoi processori non fossero più all’altezza delle ambizioni di Cupertino. Ora, però, non sono i progetti di Intel a interessare Apple, bensì le sue fabbriche. È la capacità produttiva a fare la differenza questa volta, non il design dei chip. Un ribaltamento di prospettiva che racconta molto di come si stanno ridisegnando gli equilibri nell’industria dei semiconduttori, tra pressioni governative, tensioni geopolitiche e la corsa a non dipendere da un unico fornitore per componenti così strategiche.
