Universi paralleli, sembra il titolo di un film, eppure questa idea affonda le radici in una teoria quantistica tutt’altro che fantasiosa. Secondo il fisico Vlatko Vedral, dell’Università di Oxford, ogni scelta e ogni interazione potrebbe generare nuove versioni di noi stessi, distribuite in realtà alternative. Non si tratta di speculazione da romanzo di fantascienza, ma di un’ipotesi che nasce direttamente dalla meccanica quantistica e che merita di essere presa sul serio.
L’ipotesi degli universi paralleli e il legame con la fisica quantistica
Quando si parla di universi paralleli, la reazione più comune è un sorriso scettico. Ed è comprensibile. Eppure, la teoria a cui fa riferimento Vedral non è una trovata recente. Le sue basi risalgono alla cosiddetta interpretazione a molti mondi, formulata decenni fa e ancora oggi al centro di un dibattito acceso tra fisici teorici. L’idea, in estrema sintesi, è che ogni volta che avviene un’interazione a livello quantistico, l’universo non “sceglie” un solo risultato. Piuttosto, tutti i risultati possibili si realizzano, ciascuno in un ramo diverso della realtà. Ogni ramo è un universo parallelo a sé stante, con una versione differente di tutto ciò che conosciamo.
Detto così può sembrare assurdo, e in parte lo è anche per chi ci lavora sopra da anni. Ma il punto chiave è che la meccanica quantistica funziona. Le sue previsioni sono tra le più precise mai verificate nella storia della scienza. E l’interpretazione a molti mondi è uno dei modi per spiegare perché funziona così bene, senza dover introdurre elementi ad hoc come il “collasso della funzione d’onda”, che a sua volta solleva problemi teorici non da poco.
Ogni interazione potrebbe creare infinite versioni di noi
Quello che rende la proposta di Vedral particolarmente affascinante è l’enfasi sulle interazioni. Non servono decisioni grandiose o esperimenti di laboratorio: qualsiasi interazione tra particelle, anche la più banale, potrebbe in teoria dare origine a una ramificazione. E dato che ogni istante della nostra esistenza è fatto di miliardi di interazioni quantistiche, il numero di universi paralleli che ne deriverebbero sarebbe, letteralmente, infinito.
Significa che da qualche parte esiste una versione di noi che ha preso quella strada diversa, accettato quel lavoro, detto quella frase? Secondo questa interpretazione, sì. Ma attenzione: non c’è modo, almeno per ora, di comunicare tra un universo e l’altro o di verificare direttamente l’esistenza di queste realtà alternative. Il che, va detto, è anche il motivo per cui molti scienziati restano cauti. Una teoria che non può essere falsificata rischia di restare nel limbo tra fisica e filosofia.
Eppure, il fatto che un fisico di Oxford ne parli con questa serietà dice qualcosa. Il confine tra ciò che consideriamo fantascienza e ciò che la scienza riesce almeno a contemplare si è spostato parecchio negli ultimi anni. Le interazioni quantistiche sono reali, misurabili, e le loro conseguenze teoriche portano in direzioni che fino a pochi decenni fa nessuno avrebbe osato proporre in un contesto accademico.
L’ipotesi degli universi paralleli resta controversa, priva di prove dirette e lontana da qualsiasi conferma sperimentale. Ma il fatto stesso che nasca dalla fisica più solida e testata che abbiamo a disposizione la rende impossibile da liquidare con una scrollata di spalle.
