Le grotte alle Maldive sono tornate al centro dell’attenzione dopo la tragedia del 14 maggio 2026, quando cinque italiani hanno perso la vita durante un’immersione scientifica a circa 50 metri di profondità nelle grotte di Alimathà, una piccola isola che fa parte dell’atollo Vaavu. Le vittime erano Monica Monfalcone, docente di Ecologia e Biologia marina dell’Università di Genova, la figlia Giorgia Sommacal, la ricercatrice Muriel Oddenino dello stesso ateneo, e gli istruttori subacquei Gianluca Benedetti e Federico Gualtieri. Le cause dell’incidente, che ha coinvolto ricercatori e sub esperti e abituati a immergersi a grandi profondità, sono ancora in fase di accertamento.
Quello che l’episodio ha fatto emergere, però, è l’esistenza di un ambiente marino straordinario, con caratteristiche geologiche ed ecologiche uniche, tra le mete più apprezzate da chi si occupa di biologia marina. Perché sì, sotto quelle distese di sabbia corallina che tutti associano alle Maldive, esiste un vero e proprio labirinto di cavità sommerse. Ma come si sono formate queste grotte?
Vulcani antichi, calcare e milioni di anni di storia
Le oltre 1.000 isole emerse che compongono le Maldive sono in gran parte strisce di sabbia corallina, formatesi a partire da circa 4.000 anni fa. Ma i 26 atolli, quelle scogliere coralline dalla caratteristica forma circolare visibili nelle foto aeree, poggiano su una struttura ben più imponente: una piattaforma di roccia calcarea sommersa, spessa centinaia di metri, a sua volta appoggiata su un’antica distesa vulcanica sottomarina. Questa massa enorme è il risultato dell’accumulo stratificato di esoscheletri calcarei di coralli, depositati nell’arco di decine di migliaia di anni.
A partire da 2,6 milioni di anni fa, la Terra ha attraversato periodi di glaciazioni ripetute. Le calotte glaciali che si formarono nell’emisfero settentrionale intrappolarono quantità enormi d’acqua, abbassando il livello del mare nella zona delle Maldive fino a 120 metri rispetto a quello attuale. Indagini sismiche e perforazioni condotte a partire dagli anni Settanta e Ottanta sui fondali nell’atollo di Malé hanno rivelato che al culmine dell’ultima era glaciale, circa 20.000 anni fa, era possibile camminare sul fondale dell’atollo di Malé Nord.
Con le barriere coralline esposte all’aria, l’acqua piovana, leggermente acida, ha iniziato a dissolvere il calcare, scolpendo quelle bioarchitetture formate dai coralli attraverso il fenomeno del carsismo: l’erosione chimica dell’acqua su rocce solubili. Nel corso dei millenni, questo processo ha scavato fiumi sotterranei, pozzi verticali e caverne. E non è successo una sola volta: il fenomeno si è ripetuto almeno 5 volte negli ultimi 450.000 anni. Ogni volta che il livello del mare risaliva e le barriere venivano ricoperte d’acqua, i coralli ricominciavano a crescere, più rapidamente sui bordi più alti, cioè i punti più vicini alla superficie e alla luce solare.
Lagune, isole sabbiose e grotte sommerse
Questi cicli ripetuti hanno rafforzato la forma circolare, a corona, degli atolli, riempiendo i bordi esterni e approfondendo la cavità centrale delle lagune: quegli specchi d’acqua cristallina racchiusi all’interno, spesso collegati al mare aperto da canali naturali chiamati kandu, dove si formano correnti che attirano la fauna ittica.
Circa 5.000 anni fa, quando il tasso di innalzamento dell’oceano è rallentato, i detriti delle barriere coralline hanno formato le isole sabbiose all’interno delle lagune. Oggi l’acqua ricopre le grotte alle Maldive formatesi per carsismo. Altre formazioni, simili a tunnel o tettoie, si sono create quando le colonie esterne di coralli, crescendo più velocemente per avvicinarsi alla luce, hanno generato sporgenze che si sono poi richiuse a formare anfratti esplorabili. Proprio quegli anfratti che rappresentano, allo stesso tempo, una meraviglia scientifica e un ambiente potenzialmente pericoloso per chi vi si immerge.
