Il fatto che bloccare le VPN sia tecnicamente quasi impossibile senza mandare in tilt servizi fondamentali non è una novità per chi mastica di reti. Ma sentirlo ammettere pubblicamente dalla Russia, che gestisce una delle infrastrutture di censura più aggressive del pianeta, è tutta un’altra storia. A fare questa dichiarazione è stato Valery Fadeev, presidente del Consiglio per i diritti umani collegato al Cremlino, con parole che hanno fatto il giro del mondo non tanto per il contenuto politico, quanto per il riconoscimento esplicito di un limite infrastrutturale molto concreto.
La Russia porta avanti restrizioni online progressive almeno dal 2012, quando Mosca iniziò a espandere i meccanismi di filtraggio tramite Roskomnadzor, l’agenzia governativa responsabile del monitoraggio e della censura di Internet. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, il livello di controllo è cresciuto a ritmo accelerato: social network occidentali, media indipendenti, servizi di messaggistica e piattaforme informative hanno subìto limitazioni, rallentamenti o oscuramenti. In parallelo, milioni di utenti hanno iniziato a usare servizi VPN, proxy e sistemi di tunneling cifrato per continuare ad accedere ai contenuti bloccati. Il punto, però, è che le VPN non servono solo a eludere la censura. Aziende finanziarie, software house, infrastrutture cloud, piattaforme industriali e reti aziendali dipendono ogni giorno da connessioni cifrate basate su protocolli come IPsec, OpenVPN e WireGuard. Bloccare indiscriminatamente queste tecnologie significherebbe interrompere collegamenti remoti, autenticazioni interne, sincronizzazioni tra datacenter e accessi amministrativi. Fadeev lo ha detto senza troppi giri di parole: se si prova a spegnere tutto, “l’intero sistema Internet potrebbe rompersi”.
Perché bloccare le VPN è così complicato
La difficoltà nasce dalla struttura stessa delle reti. Una VPN crea un tunnel cifrato tra due punti e, dall’esterno, il traffico appare spesso indistinguibile da altre comunicazioni HTTPS del tutto legittime. I sistemi di censura possono tentare il riconoscimento tramite firme di protocollo, analisi statistica del traffico o Deep Packet Inspection (DPI), ma la cifratura end to end rende inefficace qualunque azione più aggressiva. Molti servizi, tra l’altro, utilizzano tecniche di offuscamento capaci di mascherare il traffico VPN come normale traffico web TLS. Protocolli come TrustTunnel, recentemente reso open da AdGuard, si basano proprio su questo concetto. Altri client integrano modalità stealth che alterano handshake, pattern di cifratura e comportamenti di connessione. Un “firewall nazionale” può individuare parte del traffico sospetto, ma distinguere con precisione ogni singola connessione VPN senza colpire servizi legittimi diventa estremamente complesso.
Roskomnadzor utilizza sistemi DPI installati presso gli operatori di telecomunicazioni nazionali per rallentare piattaforme specifiche, bloccare domini e identificare protocolli ritenuti indesiderati. Il sistema ricorda per certi aspetti il Great Firewall cinese, anche se con differenze operative importanti: Pechino ha costruito il proprio modello in oltre 20 anni, integrandolo in profondità nell’architettura Internet nazionale, mentre Mosca ha accelerato soprattutto dopo il 2022. E se persino la Russia riconosce questi limiti, si capisce quanto siano fuori strada quei governi occidentali che promuovono il blocco dei servizi VPN.
L’impatto su banche, imprese e la guerra tra censura e aggiramento
Le parole di Fadeev riflettono un problema economico molto reale. Molte banche russe utilizzano connessioni cifrate permanenti per collegare sedi, ATM, infrastrutture SWIFT alternative e servizi interni. Interrompere o limitare pesantemente questi canali potrebbe causare malfunzionamenti operativi immediati. Anche il settore IT dipende dalle connessioni VPN: gli sviluppatori software scaricano codice da repository esteri, accedono a sistemi Git remoti e sincronizzano ambienti cloud distribuiti. Fadeev ha citato esplicitamente i “programmatori che scaricano codice”, una frase che fotografa bene la questione. Molte piattaforme DevOps funzionano su collegamenti cifrati persistenti e bloccarli indiscriminatamente rischierebbe di rallentare intere filiere tecnologiche. Senza contare che gran parte delle infrastrutture industriali usa reti VPN per telemetria, manutenzione remota e gestione di apparati distribuiti. Petrolio, gas, logistica e telecomunicazioni dipendono da collegamenti sicuri machine to machine, e un filtro troppo aggressivo potrebbe generare interruzioni operative difficili da prevedere.
Intanto la Russia continua comunque a esercitare pressione sui servizi VPN. Negli ultimi anni Mosca ha imposto ai provider l’obbligo di aderire ai sistemi di filtraggio statali, e molte aziende occidentali hanno così abbandonato il mercato russo rifiutando la collaborazione con le autorità. Diversi servizi, in risposta, hanno iniziato a modificare rapidamente le proprie infrastrutture per sopravvivere ai blocchi: alcuni ruotano continuamente gli indirizzi IP, altri distribuiscono nodi dinamici tramite CDN o reti decentralizzate. Soluzioni come AmneziaVPN hanno introdotto modalità anti DPI progettate specificamente per ambienti censurati, mentre altri strumenti sfruttano tecniche simili a quelle di Tor, con bridge nascosti e instradamenti variabili. Le parole del presidente del Consiglio per i diritti umani, va detto, non rappresentano affatto un’apertura verso la libertà digitale. Fadeev continua a sostenere che molti cittadini utilizzino le VPN per accedere a quella che definisce “propaganda nemica”, e la censura online resta presentata come una misura di sicurezza nazionale, non come una limitazione della libertà di espressione.
