Nello spazio, come si dice, nessuno può sentire un urlo. Eppure le sonde Voyager della NASA stanno facendo qualcosa di molto simile all’ascolto, e lo fanno ormai da decenni. Dopo quasi 49 anni di missione, queste due veterane dell’esplorazione spaziale continuano a registrare segnali che arrivano da una zona dove pochissimi strumenti costruiti dall’uomo si sono mai spinti: il mezzo interstellare.
Non si tratta di suoni nel senso classico del termine, ovviamente. Quello che le sonde Voyager rilevano sono onde, vibrazioni e flussi di particelle cariche legati al plasma che attraversa il Sistema Solare e si estende ben oltre i suoi confini. Gli strumenti a bordo, progettati in un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze, riescono ancora oggi a captare questi segnali e a trasmetterli verso la Terra. Un fatto che, a pensarci bene, ha qualcosa di straordinario.
Cosa sono esattamente questi segnali e perché sono importanti
Quando si parla delle sonde Voyager e dei loro rilevamenti, vale la pena chiarire una cosa: il plasma interstellare non produce rumori udibili dall’orecchio umano. Quello che succede è che gli strumenti scientifici delle due sonde intercettano variazioni nelle onde di plasma, e queste variazioni possono poi essere convertite in suoni. Il risultato è qualcosa che molti hanno definito “inquietante”, una sorta di ronzio profondo e continuo che racconta la natura dello spazio tra le stelle.
Le sonde Voyager sono le uniche macchine costruite dall’uomo ad aver raggiunto lo spazio interstellare. Voyager 1, in particolare, ha superato l’eliopausa già da diversi anni, entrando in una regione dove il vento solare non domina più e il plasma galattico prende il sopravvento. Voyager 2 ha seguito un percorso diverso ma è arrivata anch’essa oltre quel confine. Entrambe continuano a inviare dati, anche se con sempre maggiore difficoltà.
E qui si arriva al punto dolente. Dopo quasi mezzo secolo di attività, le sonde Voyager stanno esaurendo le risorse energetiche. I generatori termoelettrici a radioisotopi che le alimentano perdono potenza anno dopo anno, e la NASA è costretta a spegnere progressivamente gli strumenti scientifici per prolungare il più possibile la vita delle missioni. Questo significa che la capacità di registrare quei segnali dal mezzo interstellare non durerà ancora a lungo.
Il tempo sta per scadere
La situazione è piuttosto chiara: ogni strumento spento è un pezzo di conoscenza in meno che le sonde Voyager possono raccogliere. Gli ingegneri della NASA hanno già dovuto fare scelte difficili su quali sensori mantenere attivi e quali sacrificare. Il fatto che dopo 49 anni questi veicoli spaziali funzionino ancora è già di per sé un risultato che va ben oltre ogni aspettativa iniziale, ma la fisica impone i suoi limiti.
Quello che le sonde Voyager hanno registrato in tutti questi anni rappresenta un patrimonio scientifico unico. Nessun altro strumento è in grado, al momento, di fornire dati diretti da quella regione dello spazio. E quando le ultime riserve di energia si esauriranno, le due sonde continueranno il loro viaggio silenzioso attraverso la galassia, ma senza più poter raccontare cosa succede là fuori.
La finestra per ascoltare quei segnali dallo spazio interstellare si sta chiudendo, e non ci sono missioni sostitutive in programma che possano raccogliere il testimone in tempi brevi.
