La corsa al 6G ha smesso di essere solo teoria. Il Ministero dell’Industria e dell’Informatica cinese ha dato il via libera ai primi test concreti sulla banda a 6 GHz, segnando un passaggio che sposta il dibattito dalla carta ai laboratori sul campo. E non è un dettaglio da poco, perché questa mossa posiziona la Cina nettamente in vantaggio rispetto al resto del mondo nella gara verso la prossima generazione di reti mobili.
Ma perché proprio la banda a 6 GHz? Gli addetti ai lavori la chiamano lo “spettro d’oro“, e il motivo è piuttosto semplice da capire anche senza essere ingegneri delle telecomunicazioni: offre una combinazione rara di copertura ampia, bassa latenza e capacità elevata. Tradotto in scenari reali, si parla di applicazioni come le comunicazioni olografiche, i veicoli a guida autonoma e un’intelligenza artificiale distribuita praticamente ovunque. Sono tutti ambiti in cui Pechino vuole arrivare per prima, e soprattutto vuole arrivarci con le proprie regole.
Infrastrutture esistenti e grandi nomi coinvolti
I test, stando a quanto emerge dai media locali, sono già partiti in alcune aree del paese, appoggiandosi alle infrastrutture 5G già presenti. Una strategia che ha una logica molto chiara: invece di costruire tutto da zero, si sfrutta quello che c’è già per testare le potenzialità del 6G in modo più rapido e meno dispendioso. Dietro a questo sforzo non ci sono nomi qualsiasi. Il progetto coinvolge colossi come Huawei, ZTE e Xiaomi, ma anche partner internazionali del calibro di Nokia ed Ericsson, insieme a una rete di università e centri di ricerca.
La sensazione, guardando i movimenti di Pechino, è che ci sia un piano già definito nei minimi dettagli. L’obiettivo dichiarato è portare il 6G alla fase di commercializzazione entro il 2030. E i numeri che girano danno un’idea abbastanza precisa della posta in gioco: secondo alcune stime interne, entro il 2035 il mercato cinese legato al 6G potrebbe superare i 130 miliardi di euro. Non esattamente bruscolini.
Stati Uniti ed Europa provano a non restare indietro
Nel frattempo, anche dall’altra parte del mondo qualcosa si muove, ma con ritmi diversi. Gli Stati Uniti hanno già inserito il 6G tra le priorità strategiche nazionali, un segnale chiaro delle intenzioni di Washington. L’Europa, dal canto proprio, continua a finanziare progetti e ricerca attraverso il programma Horizon Europe, che resta lo strumento principale per non perdere del tutto contatto con la concorrenza.
Però c’è un problema evidente, soprattutto sul fronte europeo: la questione delle frequenze. Sul tema dello spettro radio, il continente appare ancora parecchio lento e poco incisivo nelle decisioni. Mentre altrove si discute su come procedere, su quali bande allocare e con quali tempistiche, la Cina è già passata alla fase operativa. Ha scelto la banda, ha coinvolto le aziende, ha avviato i test. È una differenza che pesa, e che potrebbe pesare ancora di più nei prossimi anni. Perché nella corsa al 6G, chi definisce gli standard e accumula dati reali sul campo parte con un vantaggio che diventa molto difficile da colmare. E al momento, quel vantaggio ce l’ha Pechino.
