Che Israele stia sistematicamente distruggendo la rete di pannelli solari su cui il Libano si regge da anni non è più un sospetto, ma una realtà documentata. A Debel, piccolo comune a maggioranza cristiana nel sud del paese, che ad aprile non era ancora stato evacuato dalla maggior parte dei residenti, i bulldozer israeliani hanno raso al suolo gli impianti fotovoltaici da cui dipendevano elettricità e acqua corrente. E il punto è che non si tratta di una rete centralizzata, di un’infrastruttura statale con piani di emergenza e ridondanze. Quello che viene colpito è un sistema energetico improvvisato, costruito dalle comunità stesse negli ultimi cinque anni, dopo il collasso finanziario che ha messo in ginocchio la rete elettrica nazionale.
Per capire la portata di quello che sta succedendo, bisogna fare un passo indietro. Alla fine del 2023, il Libano aveva installato poco più di un gigawatt di capacità solare decentralizzata, quasi interamente realizzata dopo la crisi economica. Non è stato un piano governativo. È stato un atto di sopravvivenza. Le famiglie hanno messo pannelli solari sui tetti, gli agricoltori li hanno usati per alimentare i sistemi di irrigazione, i comuni hanno costruito piccole reti per pompare acqua. Non era la prima volta che Israele prendeva di mira infrastrutture energetiche libanesi: nel 2006 aveva bombardato una centrale termica a Jiyeh, 30 chilometri a sud di Beirut, causando una fuoriuscita di petrolio sulla costa. Ma stavolta la dinamica è profondamente diversa, perché a essere colpita è una rete frammentata, fatta di migliaia di piccoli impianti privati, spesso l’unica fonte di energia funzionante.
Istraele attacca ancora: un sistema nato dalla necessità, non da una strategia
Mortada Mhanna, direttore dell’unità di gestione dei disastri presso l’Unione dei comuni del distretto di Tiro, lo spiega in modo piuttosto diretto: “Senza l’energia solare non saremmo stati in grado di aiutare le persone, né di far funzionare i nostri uffici. È molto difficile assicurarsi il carburante in questo periodo”. Secondo Mhanna, l’energia solare nel Libano meridionale opera su tre livelli: impianti domestici, sistemi agricoli per l’irrigazione e impianti comunali che pompano acqua nelle case. I pannelli sono stati comprati dai privati quando il diesel era diventato insostenibile. Oggi non garantiscono solo elettricità, ma anche l’accesso all’acqua e la possibilità di mandare avanti l’agricoltura, un settore da cui dipende circa il 40% della popolazione del sud del paese.
Quando nel 2020 i blackout sono diventati la norma, far arrivare l’acqua nelle abitazioni costava cifre enormi, perché tutto dipendeva dai generatori diesel. Le autorità idriche si sono rivolte ai donatori internazionali per installare sistemi di pompaggio alimentati dal solare. Come spiega la giurista specializzata in energia Christina Abi Haidar: “La distruzione dell’energia solare non riguarda solo l’elettricità. Ha un impatto enorme anche sull’acqua”.
Fragilità strutturale e paradosso della decentralizzazione
I danni al settore energetico libanese sono già pesantissimi. Mercy Corps stima che il conflitto del 2023/2024 abbia causato perdite per circa 280 milioni di euro, ma secondo Abi Haidar il bilancio attuale è probabilmente molto più alto. A Qabrikha, nel distretto di Marjayoun, un impianto comunitario da 250 kW costruito dal progetto Cedro dell’Undp (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) forniva elettricità a circa 550 abitazioni, con un risparmio annuo stimato intorno ai 37.000 euro. Quell’impianto era anche uno dei pochi “legali”, perché collegato alla rete pubblica di Electricité du Liban. Qabrikha è tra i centri che Israele bombarda con frequenza.
Tutto questo porta a galla un paradosso abbastanza amaro: più le comunità dipendono da queste reti decentralizzate, più la loro distruzione ha effetti catastrofici. A differenza delle reti centralizzate, che prevedono sistemi di recupero coordinati, le reti solari libanesi operano in modo isolato. Quando vengono abbattute, non esiste un backup. Abi Haidar evidenzia che non esiste nemmeno un sistema di scambio sul posto capace di collegare ogni singola rete solare all’energia di Edl. Questa frammentazione ha risolto una crisi immediata, ma ha creato un sistema impossibile da proteggere.
Il Libano continua a fare affidamento su due sole centrali elettriche, senza riserve di combustibile, con contratti di fornitura a lungo termine limitati e senza una vera strategia alternativa. Finché la guerra prosegue e le riforme strutturali latitano, il futuro energetico del paese resta, nelle parole di Abi Haidar, un mosaico “che può essere costruito rapidamente e smantellato con la stessa velocità”.
