Da quando l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento alla portata di tutti, una domanda circola con insistenza: ha ancora senso imparare a programmare? Il fenomeno del cosiddetto vibe coding, quella pratica che consiste nel descrivere a un modello linguistico il risultato desiderato e lasciare che sia lui a scrivere il codice, sembrerebbe dire di no. Eppure, come succede quasi sempre con le grandi trasformazioni tecnologiche, la faccenda è parecchio più articolata di così.
Il settore della programmazione sta attraversando una fase di cambiamento profondo, questo è innegabile. Ma parlare di estinzione è un altro discorso. Chi la programmazione la insegna e chi la studia racconta un quadro molto diverso da quello catastrofista che si legge spesso online. Il concetto centrale lo esprime con chiarezza Donatella Sciuto, rettore del Politecnico di Milano: perché un’AI produca codice davvero utile, serve sapere ragionare in modo algoritmico. Senza quella base, diventa impossibile capire se il risultato generato è corretto, efficiente, oppure semplicemente spazzatura ben confezionata. Un esempio concreto aiuta a capire: ordinare una lista in ordine alfabetico si può fare con decine di algoritmi diversi, ciascuno con prestazioni molto differenti. Chi non sa leggere il codice non è in grado di scegliere quello adatto, e finisce per fidarsi ciecamente di qualcosa che in produzione potrebbe funzionare malissimo.
E i dati lo confermano. Secondo la Stack Overflow Developer Survey 2025, la fiducia dei programmatori nell’accuratezza del codice generato dall’AI è scesa dal 43% al 33% nel giro di un solo anno. Chi lavora quotidianamente con questi strumenti sa perfettamente che non sono infallibili, e che serve uno sguardo critico per utilizzarli in modo sensato.
Il nodo della scuola e il rischio di delegare tutto alla macchina
Poi c’è la questione della scuola, forse la più urgente di tutte. In Italia dal 2022 esiste un obbligo progressivo di inserire competenze digitali nei programmi scolastici, ma il divario tra la norma scritta e quello che succede davvero nelle aule è enorme. Federica Gambel, che nel 2015 fondò l’associazione Coder Kids, descrive un panorama in cui tantissimi ragazzi usano l’intelligenza artificiale senza avere la minima idea di come funzioni. E spesso i docenti, poco formati su questi temi, non riescono a guidarli. Il ministero ha risposto con un bando da 100 milioni di euro destinato alla formazione degli insegnanti sull’uso consapevole dell’AI. Un segnale positivo, anche se arrivato con un certo ritardo.
Il rischio di andare nella direzione opposta, cioè delegare tutto alla macchina senza costruire competenze proprie, ha un nome tecnico ben preciso: cognitive offloading eccessivo, fino al collasso della conoscenza. Tradotto: più ci affidiamo ai modelli linguistici per pensare al posto nostro, più perdiamo la capacità di farlo da soli. È un problema che riguarda la programmazione, certo, ma anche moltissimi altri ambiti professionali.
Il mercato del lavoro cambia volto, ma non sparisce
Sul fronte occupazionale i numeri vanno letti senza farsi prendere dal panico. Si parla di 600.000/800.000 licenziamenti nel settore tech negli ultimi anni, ma solo circa il 20% riguarda direttamente i programmatori. Una fetta significativa di quei tagli è riconducibile al cosiddetto AI washing: aziende che giustificano riduzioni di personale già pianificate nascondendosi dietro l’alibi dell’automazione. Le iscrizioni a ingegneria informatica al Politecnico di Milano, intanto, continuano a crescere.
