La discussione sul significato reale dell’intelligenza artificiale continua ad accendersi, e stavolta a prendere la parola è stato nientemeno che Federico Faggin, considerato universalmente il padre del microprocessore. Durante un intervento al Teatro del Verme di Milano, l’85enne scienziato italiano ha messo sul tavolo una questione tutt’altro che banale: ha senso chiamare davvero “intelligenza” quella delle macchine?
Faggin e il problema della parola “intelligenza”
Faggin non ha girato troppo intorno alla questione. Fin dalle prime battute del suo intervento, ha puntato il dito contro l’uso stesso del termine “intelligenza” quando lo si applica ai sistemi di IA. Per chi ha dedicato una vita intera a progettare i fondamenti dell’informatica moderna, la differenza tra ciò che fa un processore e ciò che accade nella mente umana non è affatto sottile. È un abisso. E chiamare “intelligente” un software che elabora dati su base statistica, per quanto in modo impressionante, rischia di creare un equivoco pericoloso.
Il punto sollevato da Faggin riguarda anche la coscienza. Le macchine non possiedono consapevolezza, non hanno esperienza soggettiva, non provano nulla. Possono simulare risposte che sembrano ragionate, ma dietro non c’è comprensione reale. C’è calcolo. C’è pattern matching. C’è una capacità straordinaria di elaborazione, certo, ma niente che assomigli anche lontanamente a quello che gli esseri umani chiamano pensiero cosciente.
I rischi di affidarsi troppo all’intelligenza artificiale
Oltre alla questione semantica, il padre del microprocessore ha voluto sottolineare qualcosa di ancora più concreto: i rischi legati al fatto di affidare troppo potere a questi sistemi. Ed è un tema che tocca tutti, non solo gli addetti ai lavori. Quando si delega a un algoritmo la capacità di prendere decisioni importanti, magari in ambito sanitario, giudiziario o militare, si sta essenzialmente consegnando potere decisionale a qualcosa che non capisce davvero cosa sta facendo. Sa calcolare probabilità, ma non sa valutare conseguenze in senso umano.
Faggin, dal palco del Teatro del Verme, ha reso il concetto piuttosto chiaro: non si tratta di essere contro la tecnologia. Sarebbe paradossale, da parte di chi ha letteralmente inventato il chip che sta alla base di quasi ogni dispositivo elettronico moderno. Si tratta piuttosto di mantenere lucidità. Di non confondere la velocità di calcolo con la profondità del pensiero. Di non scambiare la capacità di generare testo fluido con la comprensione autentica di ciò che viene scritto.
Una voce autorevole su un dibattito cruciale
Quello che rende particolarmente significativo questo intervento è proprio chi lo ha pronunciato. Federico Faggin non è un commentatore qualsiasi. È una figura che ha plasmato la storia della tecnologia e che, proprio per questo, conosce meglio di chiunque altro sia le potenzialità sia i limiti di ciò che le macchine possono fare. Quando una persona con questo tipo di background dice che l’intelligenza artificiale non è intelligente nel senso proprio del termine, vale la pena fermarsi un momento a riflettere su cosa si sta costruendo e, soprattutto, su quanta fiducia si è disposti a riporre in sistemi che, per quanto sofisticati, restano fondamentalmente privi di qualsiasi forma di coscienza.
L’intervento si è tenuto a Milano, al Teatro del Verme, davanti a un pubblico che ha potuto ascoltare direttamente la posizione di Faggin sui rischi concreti di un’adozione troppo entusiastica e poco critica dell’IA nel tessuto sociale e decisionale.
