Nonostante anni di investimenti in piste ciclabili, trasporto pubblico e sharing, la mobilità urbana nelle città italiane ed europee resta saldamente ancorata all’automobile privata. È una di quelle verità scomode che ogni tanto qualche dato riporta a galla, costringendo a fare i conti con una realtà ben diversa dalle narrazioni più ottimistiche sulla transizione verso forme di spostamento più sostenibili.
Il punto è semplice: nelle aree urbane, la quota di spostamenti effettuati in auto rimane preponderante. E non di poco. Le persone continuano a preferire il proprio veicolo per andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, fare la spesa o anche solo spostarsi di pochi chilometri. Le ragioni sono molteplici, dalla comodità alla percezione di sicurezza, passando per la cronica inadeguatezza del trasporto pubblico in molte realtà. Il risultato è che il peso dell’auto nel sistema di mobilità urbana è ancora enorme, molto più di quello che la narrazione pubblica lascia intendere.
Perché le alternative non riescono a scalfire il dominio dell’auto
Quello che spesso sfugge nel dibattito è che le alternative all’auto non sono cresciute al ritmo necessario per incidere davvero sulle abitudini di milioni di persone. I servizi di car sharing, il bike sharing, i monopattini elettrici: tutto molto bello sulla carta, ma nei numeri complessivi restano marginali. Le città hanno investito, certo, ma spesso in modo frammentato, senza una visione integrata che renda davvero competitivo il non possedere un’auto.
E poi c’è il fattore tempo. Chi vive in periferia, o in zone mal collegate, semplicemente non ha scelta. L’automobile resta l’unico mezzo che garantisce flessibilità e tempi di percorrenza accettabili. Questo vale soprattutto in Italia, dove il tessuto urbano è spesso disperso e le linee di trasporto pubblico non riescono a coprire capillarmente il territorio.
C’è anche un elemento culturale da non sottovalutare. L’auto rappresenta ancora per molti un simbolo di indipendenza e status. Rinunciarvi non è solo una questione pratica, è un cambiamento che tocca corde più profonde. E finché le infrastrutture alternative non saranno davvero all’altezza, chiedere alle persone di abbandonare l’auto suona più come un esercizio retorico che come una proposta concreta.
I numeri raccontano una storia diversa dalle aspettative
Guardando ai dati sulla ripartizione modale degli spostamenti, il quadro è piuttosto chiaro. L’auto copre ancora la fetta più ampia degli spostamenti quotidiani, con percentuali che in molte città superano abbondantemente il 50%. Le biciclette, i mezzi pubblici e gli spostamenti a piedi si dividono il resto, spesso in modo disomogeneo e con differenze enormi tra una città e l’altra.
Chi si occupa di pianificazione urbana lo sa bene: cambiare le abitudini di mobilità richiede decenni, non singoli interventi spot. Servono reti di trasporto pubblico efficienti, frequenti e puntuali. Servono parcheggi di scambio funzionanti, zone a traffico limitato che non siano solo cartelli ma sistemi integrati. E serve soprattutto che le persone percepiscano un vantaggio reale nel lasciare l’auto a casa.
