Il deal tra Apple e Intel per la fabbricazione di chip sta facendo molto rumore, e non solo per le implicazioni tecnologiche. Al centro della questione c’è il ruolo diretto che il presidente Trump sembra aver giocato nel facilitare un accordo che potrebbe riscrivere gli equilibri della filiera dei semiconduttori a livello globale. Secondo quanto emerso, Apple avrebbe raggiunto un’intesa preliminare con Intel per la produzione di chip, un’operazione che porterebbe con sé vantaggi significativi in termini di margini, diversificazione della catena di fornitura e, aspetto tutt’altro che secondario, un indebolimento del quasi monopolio detenuto da TSMC.
Trump e il ruolo da intermediario nel deal Apple Intel
Che lo si ami o meno, è difficile negare che Trump sia un abile costruttore di narrazioni. In questo caso, il presidente avrebbe fatto leva sui “decine di miliardi di dollari” che il governo statunitense ha ricavato dalla partita Intel per vendere ad Apple un accordo particolarmente vantaggioso. Il punto chiave, quello che fa davvero alzare le sopracciglia, riguarda il prezzo dei wafer. L’intesa con Intel taglierebbe i costi di circa il 25% rispetto a quanto Apple paga attualmente a TSMC. Una cifra enorme, se si considera il volume di chip che l’azienda di Cupertino ordina ogni anno.
Non si tratta solo di risparmiare qualche miliardo. Per Apple, portare una fetta della produzione di chip negli Stati Uniti attraverso Intel significa ridurre la dipendenza da un unico fornitore basato a Taiwan, un rischio geopolitico che negli ultimi anni è diventato sempre più concreto. E per Intel, ovviamente, l’accordo rappresenterebbe una boccata d’ossigeno colossale, una validazione del percorso di trasformazione in fonderia che l’azienda sta portando avanti con fatica da tempo.
Cosa cambia per TSMC e per il mercato dei semiconduttori
Se il deal tra Apple e Intel dovesse concretizzarsi nei termini descritti, le ripercussioni sul mercato sarebbero notevoli. TSMC, che oggi produce la stragrande maggioranza dei chip più avanzati al mondo (compresi quelli della serie Apple Silicon), si troverebbe per la prima volta ad affrontare una pressione competitiva reale sul fronte dei prezzi. Un taglio del 25% sul costo dei wafer non è qualcosa che si possa ignorare, nemmeno per un colosso come quello taiwanese.
Al momento, i dettagli specifici dell’accordo non sono stati resi pubblici. Si parla di un’intesa preliminare, il che lascia intendere che ci siano ancora negoziazioni in corso e che i termini definitivi potrebbero variare. Tuttavia, la direzione è chiara. Washington vuole riportare la produzione di semiconduttori sul suolo americano e sta usando ogni leva disponibile per farlo, compresa la diplomazia presidenziale diretta con le aziende tecnologiche più influenti del pianeta.
